25 aprile, oltre il rito

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Di Matteo Rigamonti

Ogni anno il 25 aprile torna accompagnato da un doppio rischio: da una parte quello della ritualità vuota, dall’altra quello della riduzione polemica, come se fosse una data da usare per una battaglia politica del presente senza più alcun rapporto serio con la storia. Eppure, il punto non è né celebrare in automatico né contestare per riflesso.

La Liberazione non fu una scena semplice, lineare, ripulita da ogni contraddizione. Fu la fine del fascismo come regime, la fine dell’occupazione nazista, la fine di una violenza elevata a sistema politico. Ma fu anche il punto conclusivo di una guerra civile, di una frattura nazionale profonda, di una vicenda che non può essere ridotta a un’immagine da cartolina.

Anche sul fascismo, poi, servirebbe un po’ meno gesticolazione morale e un po’ più verità storica. Il fascismo è morto come regime. È finito nel 1945. Non ha senso evocarlo come se potesse tornare identico a sé stesso, con le stesse divise, gli stessi riti, gli stessi comandi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trarre da questo una conclusione consolatoria. Perché il problema non è la ripetizione fotografica del passato: il problema è la persistenza di certi riflessi culturali, di certe tentazioni, di certe abitudini mentali che la storia dovrebbe averci insegnato a riconoscere.

Alessandro Barbero, in una recente riflessione pubblica, ha richiamato proprio questo nodo: ciò che resta di specificamente fascista, in Italia, non è il ritorno meccanico del Ventennio, ma la fatica a riconoscere fino in fondo che il fascismo fu una tragedia politica e morale, e che non può essere relativizzato come una semplice parentesi d’epoca.

E qui si arriva a un altro punto decisivo, forse ancora più scomodo. Il fascismo non fu il capriccio di una minuscola setta isolata dalla società italiana. Fu, per lunghi anni, un grande fenomeno di adesione politica di massa. Fu regime, certo, ma fu anche consenso, conformismo, opportunismo, identificazione, adattamento, carriera, paura e partecipazione. Ridurre tutto a una banda di colpevoli separati dal resto del Paese è un modo comodo per alleggerire la responsabilità storica collettiva.

Per questo è sempre apparsa tanto seducente quella rappresentazione per cui, caduto il fascismo, gli italiani sarebbero passati in un attimo da popolo fascista a popolo antifascista. Al di là delle formule celebri attribuite a questo o a quel personaggio, il punto resta lo stesso: il dopoguerra italiano ha spesso avuto bisogno di raccontarsi una autoassoluzione rapida, quasi miracolosa.

No, il giorno dopo non eravamo tutti antifascisti. E dirlo non toglie nulla all’onore di chi partigiano lo fu davvero, spesso rischiando o perdendo la vita. Al contrario, lo restituisce alla sua verità. Se tutti fossero stati contro il fascismo, il fascismo non avrebbe governato vent’anni.

Anche per questo oggi stona vedere il 25 aprile trascinato continuamente dentro il contingente politico come se fosse una riserva simbolica da usare a comando. Vale per l’uso delle piazze, vale per i richiami automatici, vale per il modo in cui simboli e formule vengono caricati di un significato totalizzante: da un lato Bella ciao, divenuta soprattutto nel tempo il segno musicale per eccellenza della Liberazione più che la sua fotografia storica originaria; dall’altro la provocazione di Cacciari sul fatto che la parola “antifascista” non compaia nel testo della Costituzione; fino all’interventismo sempre più diretto di soggetti che storicamente dovrebbero rappresentare la memoria di una vicenda nazionale e che invece finiscono per collocarsi in modo esplicito nelle campagne politiche del presente, come nel caso di ANPI nazionale schierata per il NO al referendum del 2026.

Il punto non è negare a nessuno il diritto di prendere posizione. Il punto è capire se il 25 aprile debba restare una data capace di parlare all’intera comunità nazionale, o se debba diventare ogni anno il serbatoio morale di una parte che usa il passato per confermare sé stessa nel presente

Lo stesso vale per il tema delle manifestazioni e delle contro-manifestazioni. In una democrazia si può criticare una piazza, contestarla, organizzarne un’altra, dissociarsi anche nel modo più duro. Ma c’è un confine oltre il quale il dissenso smette di essere esercizio di libertà e diventa tentativo di compressione della libertà altrui.

Ma c’è un altro passaggio, ancora più attuale, che forse oggi andrebbe affrontato senza ipocrisie. È il tema della distanza crescente tra cittadini e politica. Da anni una parte della vita pubblica italiana sembra muoversi dentro una cultura del rifiuto permanente: contestare, non votare, votare contro, impedire, bloccare, delegittimare, sospettare di tutto e di tutti.

E quando una società comincia a convincersi che la politica sia inutile, inconcludente, sporca o irrimediabilmente falsa, si prepara culturalmente qualcosa di molto pericoloso. Non necessariamente il ritorno di un’ideologia precisa. Piuttosto la disponibilità psicologica ad accettare scorciatoie autoritarie. Perché se la politica viene percepita soltanto come rumore, litigio, paralisi e interesse, allora cresce la tentazione di pensare che discutere non serva, che rappresentare non serva, che mediare non serva.

Da qui nasce la tentazione più vecchia e più insidiosa: l’idea che sia meglio affidarsi a pochi che decidono, o magari a uno solo. Non perché tutti diventino improvvisamente teorici della dittatura, ma perché maturano la convinzione che la complessità democratica sia soltanto un ostacolo e che serva qualcuno capace di tagliare, imporre, semplificare, comandare. È un processo che ci riguarda da quasi vent’anni e che troppo spesso abbiamo accettato senza reagire: l’allontanamento progressivo della rappresentanza dai cittadini, l’eliminazione o l’indebolimento di forme di elezione diretta, il depotenziamento di livelli istituzionali un tempo più vicini al territorio, la riduzione del numero dei rappresentanti. Anche scelte presentate come efficienti o moderne hanno spesso prodotto un effetto politico più profondo: rendere le istituzioni meno prossime, meno leggibili, meno sentite come proprie.

Il fascismo, infatti, non tornerebbe in camicia nera. Se mai una società dovesse scivolare di nuovo verso forme degradate di autorità, non lo farebbe ripetendo teatralmente il Novecento, ma attraverso nuove forme di insofferenza verso il dissenso, di fastidio per i limiti, di culto dell’efficienza sganciata dalle garanzie, di disprezzo per il pluralismo.

E qui sta forse la domanda più seria. Se anche chi oggi, tra mille limiti, continua ancora a fare politica decidesse un giorno di smettere, chi resterebbe? Se sempre meno persone fossero disposte a studiare, rappresentare, esporsi, mediare, assumersi responsabilità pubbliche, cosa resterebbe della democrazia? Una società che disprezza in modo sistematico la politica finisce per consumare anche le persone disposte a praticarla.

Per questo il 25 aprile, se ha ancora un significato vivo, non è una data utile soltanto per distribuire patenti morali, né per ripetere formule rassicuranti, né per mettere una colonna sonora al passato. È una data che ci chiede sincerità. Ci chiede di non mentire sulla storia del fascismo. Ci chiede di non trasformare la Costituzione in uno slogan. Ci chiede di non fingere che il consenso al regime sia stato un incidente marginale.

In questo senso la Liberazione non è una pratica archiviata. È una responsabilità. Non ci domanda soltanto da che parte stiano le nostre parole, ma da che parte stiano i nostri comportamenti pubblici. Difendere davvero il 25 aprile significa forse proprio questo: non usare la storia come un feticcio, ma farne una lezione esigente. Una lezione che ricorda che la libertà non vive di automatismi, non vive di cori, non vive di autoproclamazioni.

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