Andrea Parisse e la Uilpost – Parte 1

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di Marco Destro

Nel tempo in cui viene “inspiegabilmente” soppressa la UILPOST, vale la pena approfondire questa categoria in Padova, la quale porta il volto del nostro intramontabile Andrea Parisse.

Fa infatti un certo che vedere le sale assembleari vuote, quando un tempo erano gremite, non spiegabile altrimenti se non con una logica di potere e di gestione economica che vuole tenere alla larga gli iscritti e il dibattito. Purtroppo, come sempre nella storia, fin dall’alba dei tempi, il tramonto ha sempre a che fare con la morte dei valori e il denaro.

Andrea Parisse è nato a Pescina il 21.03.1936, il primo giorno di primavera. Pescina, ricorda sempre Andrea, è città abruzzese, la stessa nella quale è nato Ignazio Silone (per i comunisti il “rinnegato Silone”).

Quando penso ad Andrea mi rinviene il testo di Esiodo “Le opere e i giorni” e il verso: “Per te, dove t’ha posto la sorte, è meglio il lavoro”.

Negli anni ’80 Sindaco di Pescina era Ermete Parisse, socialista, che lavorava all’INAIL di Mestre. Andrea gli scrisse a riguardo dello stato del paese ed Ermete s’informò presso la UIL di Padova su chi fosse. Rispose Antonio Destro che, a sua volta, telefonò al Comune di Pescina, accertandosi di persona su come Andrea fosse lì conosciuto da tutti.

Anche Bettino Craxi non perdeva occasione per andare a Pescina alle manifestazioni in ricordo di Silone (vi fece visita il 2 dicembre 1984, proprio con il Sindaco Ermete Parisse). Così pure Sandro Pertini. Andrea vi partecipava come rappresentante dell’associazione Abruzzesi di Padova.

Andrea aveva un cugino che era consigliere provinciale dell’Aquila per il PCI. Anche Andrea da giovanissimo s’iscrisse al partito comunista.

Sua madre era una terremotata della Marsica del 1915. Aveva fatto domanda per avere un’abitazione, ma fu costretta a vivere per molti anni in una baracca, dove nacque anche Andrea e rimase fino ai 18 anni, quando lasciò per sempre l’Abruzzo. 

Quando fu emesso il bando per l’assegnazione delle nuove case in muratura, sua madre ottenne solo un punto. Allora Andrea si presentò dal vicesindaco Dino Sforza, del PCI, per lamentarsi. Allora Andrea era ancora iscritto a quel partito. Le nuove abitazioni erano state costruite su un terreno di un barone della DC, sembrava un favore. Successivamente, il Comune assegnò una casa anche alla madre di Andrea, ma era scomoda e in un altro rione rispetto al suo.

Andrea aveva un padre molto coercitivo (picchiava anche suo fratello disabile recentemente scomparso), che amava solo gli asini e i lavori in campagna. Ricorda come a Pescina nevicasse moltissimo d’inverno. Andrea si adattava a qualsiasi lavoro pur di guadagnare per la famiglia, faceva anche lo spalatore di neve.

Suo padre lavorava i terreni a mezzadria, non volle mai andare alle dipendenze di qualche azienda; ancorché, gli venivano affidati i terreni più sassosi e magri, sicché erano poco produttivi e per la sua famiglia era sempre dura (questo stato di cose causò anche dei problemi di salute in famiglia). Il padre di Andrea si considerava comunque ricco rispetto agli artigiani e ai braccianti, perché possedeva due asini che gli servivano per coltivare i campi a mezzadria.

Andrea, da bambino, lavorava in campagna come bracciante, anche di notte per irrigare i campi, mentre di giorno presso le mietitrebbie. Suo padre faceva molti debiti per irrigare i campi e Andrea li ripagava lavorando come bracciante.

Anche se era un bestemmiatore incallito, volle mandarlo a studiare in seminario dove Andrea fece un anno. Il Prof. Don Vincenzo Angelone gli insegnò calligrafia e storia. Mons. Cucchiarella, invece, lo aveva preso di mira perché era di Pescina, lo stesso paese di Silone (ma anche di Giulio Mazzarino, primo ministro in Francia sotto Luigi XIII e Luigi XIV, che era nato a Pescina nel 1602). Al seminario fece l’esame di terza media. Tra l’altro, lo studio al seminario non venne riconosciuto e dovette ripiegare nella scuola pubblica dove conseguì di nuovo la terza media. Inoltre, il 18 aprile 1948 il seminario bruciò e fu impossibile rientrarci per l’aumento del costo della retta.

Grazie a questo titolo di studio, Andrea poté collaborare alle dipendenze di un geometra di Pescina, Elio Primavera, al quale una nobile signora aveva dato l’incarico di frazionare la sua vasta proprietà terriera e di venderla in lotti.

Andrea era fidanzato con la sua attuale moglie, Elisa, e voleva scappare in un luogo migliore. Così sfruttò il periodo di leva militare per farsi assegnare lontano da casa. Quando andò a Roma per l’assegnazione, un Maresciallo gli chiese se fosse di Pescina; per gli abruzzesi la sede naturale era Roma, in quanto vicino all’Abruzzo, e il Capitano gli anticipò che sarebbe stato assegnato agli Alpini, come tutti quelli dell’Aquila e di Teramo.  Ma Andrea chiese di essere diretto a una caserma del nord, spiegando che non voleva ritornare in montagna dov’era cresciuto, esplicitando che voleva allontanarsi dal padre. Il Maresciallo lo assegnò allora al nord.

A Roma Termini incontrò il Dott. Franco Carlussara (oggi abita a Trieste e ha due farmacie), che pure lui stava andando ad Albenga, caserma di prime istruzioni e di smistamento. Andrea fu successivamente indirizzato a Padova, al V comiliter, in Prato della Valle, a fianco della Basilica di Santa Giustina. 

A Padova fu inizialmente applicato all’ufficio matricole, avendo una bella calligrafia imparata al seminario. Poi passò al Comando Genio, ove il Maresciallo Leonello Moretti lo avvicinò e gli chiese se sapesse usare la macchina per scrivere Olivetti. Andrea la conosceva appena, avendola usata qualche volta quando lavorava a Pescina con il geometra Elio Primavera. Il Maresciallo lo mise ad esercitarsi copiando degli articoli del codice Rocco. Il nome “Rocco” gli rimase impresso nella mente, anche perché il geometra Rossi, allora prossimo alla pensione, gli chiese gentilmente anche lui la copiatura di alcuni articoli del codice penale, vista la bravura di Andrea. Scrive Andrea: “Confesso che tutti gli alti ufficiali, di cui potrei citare tutti i nomi, mi stimavano per il mio attaccamento al lavoro e resisi conto che di entrata avevo solo la decade mi elargivano qualche piccola somma dei loro straordinari e con quello che mi erogavano potevo anch’io avvicinarvi a qualche bar avrò”.

Al Comando Genio vi era anche il Maggiore Isidoro Viel che lo incitò a rimenare nell’esercito dopo la naja, ma Andrea rifiutò perché non voleva dire “comando!” di prima mattina.

Un giorno Andrea era in libera uscita con un amico commilitone di Reggio Emilia ed ebbe un piacevole incontro con don Allessandro in Piazza Cavour, il quale era stato il Direttore dell’Istituto Professionale San Bernardo di Pescina. Don Alessandro era a Padova per una visita al nipote alpino, ricoverato all’ospedale militare.

L’attuale moglie di Andrea era originaria della Romagna, ove la sua famiglia lavorava i terreni della Contessa Paolucci De Colboli. Andrea pensava di trasferirsi lì, ma un Maresciallo, tale Alberto Antonucci, di Pescara, con cui entrò in amicizia, gli chiese se volesse rimanere a Padova.

Il Maresciallo Alberto Antonucci – che lavorava al Tribunale Militare – lo iscrisse subito al PSDI; era proprio appena giunto a Padova. Andrea prese la tessera inizialmente a malincuore. Del partito era assessore il Prof. Balbino Del Nunzio e ne faceva parte anche il Dott. Paolo Fagan che era agguerrito contro la sinistra estrema.

Il Maresciallo Antonucci frequentava la sezione del PSDI – che aveva sede in Corso del Popolo 57, proprio all’inizio della Via – ed era un componente del Direttivo. 

Dove si trovava la sede del PSDI

Antonucci gli disse che l’impresa edile Selvatico stava cercando muratori (stava costruendo la scuola Bernardi in Via Todesco), ove lavorava già suo cognato che era di Ferrara. Andrea accettò l’impiego, anche come guardiano notturno del cantiere. Tuttavia, lo fecero dormire in una baracca di legno infestata dalle zanzare. In un settembre dell’inizio degli anni ’60 Andrea si licenziò. 

Infatti, dopo sette mesi recluso in un cantiere edile danneggiato da zanzare, con giornate trascorse a scaricare secchi di cemento, il generale Pietravalle del genio, appreso della vita che Andrea conduceva, lo assunse quale impiegato straordinario nell’ufficio dove aveva prestato servizio con elogi di tutto il Comando. Anche il Maggiore Viel gli disse: “Ma cosa ci stai a fare lì?”.

Successivamente, fece un breve periodo di lavoro alla Padana Edile, in seguito come imbianchino alla ditta Livio Favaron; il titolare di quest’ultima, lo mise in contatto con suo fratello che lavorava alla Peroni, che lo fece parlare con il Sig. Pittarello che era un dirigente dell’impresa di birra, dove fu poi assunto, in seguito a un colloquio, dal Cav. Retore Wagner.

Iniziò così a lavorare al deposito della birra Peroni, in Via Sorio, ove si effettuava sia l’imbottigliamento che la vendita. Lavorava con lui Mario Beni, consigliere comunale per l’MSI. Era Dirigente il Cav. Retore Wagner; suo cognato era il Dott. Di Martino (un medico epurato nel dopoguerra) a cui Andrea portava le bottiglie a casa. Erano entrambi fascistissimi, il Dott. Di Martino aveva la casa tappezzata di Mussolini. Entrambi non sapevano delle idee di Andrea, aveva bisogno di lavorare e così non si esponeva.

Dopo il primo anno di lavoro, che si era rivelato abbastanza proficuo, Andrea e sua moglie Elisa decisero di pensare seriamente a un figlio. In quel periodo, ormai stabiliti a Padova, erano diventati un punto di riferimento per diversi compaesani. Tra questi c’erano Celeste e Pierino, che Andrea accompagnò nella Basilica di Sant’Antonio di Padova, dove si accostarono alla confessione. Incoraggiato anche da Elisa, decise di fare lo stesso.

Il colloquio con il confessore fu intenso e non privo di tensione. Andrea spiegò con sincerità che stava cercando di costruirsi una vita migliore rispetto al passato e che desiderava avere dei figli solo quando avesse avuto almeno una minima sicurezza economica per garantire loro un futuro dignitoso. La conversazione si concluse senza giudizi severi, con una semplice benedizione.

A causa del suo lavoro di consegnatore di bibite, frequentava spesso anche i bar delle parrocchie. In uno di questi confidò a un giovane sacerdote i dettagli dell’incontro con il confessore. Il prete gli suggerì di promettere un impegno che, se poi non fosse riuscito a mantenere, non avrebbe costituito peccato.

Andrea, però, non accettò quel consiglio. Preferì restare fedele alla propria coscienza e, per questo motivo, si allontanò dalla confessione per molti anni. Col tempo, quel giovane sacerdote fece carriera nella Chiesa, diventando un prelato di alto livello. Andrea, ripensando alle consegne di bevande fatte anni prima in quel bar parrocchiale, ricordò spesso quell’episodio come uno dei momenti più delicati del suo percorso personale e spirituale.

Andrea s’iscrisse alla UIL quando decise di partecipare al concorso alle Poste. Aveva circa 26 anni. Il Ministero delle Poste emise un bando per 1.700 posti, fu l’ultimo nel quale si poteva accedere con la sola licenza media inferiore (da allora in poi ci volle il diploma).

Frattempo, partecipò anche a un concorso per Allievi Sergenti, ma non passò.

Allora i corsi di preparazione erano organizzati in esclusiva dalla CISL. Se si fosse iscritto alla CISL avrebbe potuto frequentare il corso e avere maggiori possibilità di essere assunto. Chi gestiva politicamente questi “contatti” era il deputato rodigino della Democrazia Cristiana Antonio Bisaglia. Andrea non ci stava, da socialista iscritto al PSDI.

Il Rag. Remo Grandi, originario di Ferrara, era anche lui iscritto al PSDI e fu nella sezione che Andrea lo conobbe. Faceva parte della Direzione delle Poste e aveva un incarico all’ECA. Il Rag. Grandi parlò della volontà di Andrea d’iscriversi al corso di preparazione con Menato (Direttore dell’Ufficio postale di Noventa Padovana) che era proprio il curatore del corso ove insegnava il codice Morse. Poi il Rag. Grandi parlò anche con il Dott. Antonio Colombo, che era il Direttore delle Poste di Padova, che lo accolse al corso.

Il Dott. Colombo aveva un fratello che insegnava fisica all’Università di Padova e aveva inventato dei cavi lunghissimi da agganciare ai satelliti spaziali e che servivano ad alimentare la navicella di energia cosmica (l’invenzione fu adottata dalla NATO).

Per prepararsi al concorso, Andrea chiamò anche il Maresciallo Leonello Moretti che gli fece delle lezioni personalizzate di dattilografia.

Durante il servizio militare, gli venne concessa una breve licenza per Natale. Tornato a casa, sua madre gli consegnò una lettera ricevuta dalle Poste. Non avendo studiato oltre la seconda elementare, non ne comprendeva il contenuto. Era un invito a partecipare al concorso, con la prova scritta fissata all’Aquila appena due giorni dopo.

Nonostante il poco tempo a disposizione e la fine dell’anno ormai vicina, Andrea decise di partire. All’Aquila si ritrovò insieme a molti giovani, tutti animati dalla stessa ansia e dalla stessa speranza di riuscire. Alcuni di loro mostravano lettere di appoggio firmate da personalità politiche, che promettevano interessamenti per l’esito del concorso. Qualcuno era persino accompagnato dal Direttore dell’ufficio postale del proprio paese.

I partecipanti provenienti da Pescina viaggiarono insieme in uno scompartimento del treno da Sulmona all’Aquila. Si conoscevano tutti e condividevano le stesse aspettative. Anche a lui, che arrivava da Padova, vennero mostrate lettere di personaggi influenti, simbolo di raccomandazioni e promesse.

Il concorso si tenne all’Aquila il 31 dicembre 1962 e vide la partecipazione di 6.000 concorrenti, di cui trenta di Pescina. La prova verteva sui doveri del dipendente pubblico. Dopo qualche tempo, arrivarono i risultati delle prove scritte. Tra i numerosi candidati di Pescina, soltanto in due furono ammessi: Giuseppe Ferrini, che viveva in Toscana, e lui, che arrivò 4.310.

Nel frattempo che Andrea attendeva i risultati (passò molto tempo), continuava a lavorare alla Peroni, ove, per l’impegno dimostrato, alcuni clienti gli offrirono dei posti di lavoro, ma lui sempre rifiutò.

Il passaggio dal lavoro nell’edilizia a quello alla Peroni era stato un cambiamento importante, anche se entrambe le occupazioni erano faticose, si trattava di esperienze molto diverse. Proprio verso la fine di quel periodo, Andrea ricevette un telegramma dal Ministero delle Poste: aveva passato lo scritto ed era stato ammesso all’orale.

Andrea fu ammesso lo stesso agli orali, che si sarebbero tenuti a Roma; infatti, dei 1.700 posti banditi, prevedevano l’assunzione di molti più concorrenti. 

Per potersi assentare dal lavoro e sostenere l’orale, Andrea prese tre giorni di malattia e partì per Roma, dove fu ospite della generosa e amata zia Maddalena. Il giorno dell’esame, la Commissione tardava a chiamarlo e l’attesa iniziò a renderlo inquieto.

Preoccupato per l’orario del treno serale che lo avrebbe riportato verso Padova, decise di farsi avanti con discrezione. Bussò alla porta della commissione e spiegò con rispetto che temeva di perdere la coincidenza delle 21:05. Gli esaminatori si mostrarono cortesi e lo fecero entrare.

Durante il colloquio gli chiesero del suo percorso lavorativo. Andrea raccontò prima le esperienze vissute a Pescina, invitandoli persino a consultare un vecchio numero di “Marsica Domani” sulla grande nevicata del 1956, poi parlò dei lavori svolti a Padova, dove si era sempre adattato a fare un po’ di tutto. L’interrogazione fu approfondita, ma riuscì a cavarsela con sicurezza.

Rientrò a Padova alle quattro del mattino e, poche ore dopo, alle otto, era già regolarmente al suo posto di lavoro, fedele al suo senso del dovere.

I risultati arrivarono qualche giorno dopo, esposti in Piazza Mazzini, comunicati telefonicamente da un amico che si era recato a consultarli. Andrea li annotò dietro una piccola fotografia in bianco e nero, che conserva ancora come ricordo di quel momento.

In attesa dell’assegnazione, Andrea continuò a lavorare alla Peroni. Andrea riprese il duro lavoro di consegnatario di bibite, servendo clienti privati, esercizi pubblici e attività commerciali. Ogni giorno affrontava fatica e lunghe ore, guadagnandosi però stima e rispetto. Molti titolari di bar e alberghi, tra cui anche il responsabile del Caffè Pedrocchi, colpiti dalla sua serietà, dalla sua struttura fisica e dal modo di lavorare, gli proposero più volte un’assunzione alle proprie dipendenze.

Nonostante le offerte fossero allettanti, Andrea le rifiutò sempre. Non volle lasciare il suo datore di lavoro, il cavalier Retore, proprio in un momento di particolare necessità, sapendo quanto fosse difficile trovare personale patentato, affidabile e apprezzato dalla clientela come lui. Scelse così di restare, per senso di lealtà e responsabilità, fedele a un principio che aveva sempre guidato la sua vita: lavorare con correttezza e onestà, senza mai tradire la fiducia ricevuta.

Le Poste gli offrirono la possibilità di scegliere come sede di lavoro le province di Milano o di Como. La notizia, però, lo lasciò perplesso. Sapeva che presto sarebbe diventato papà. Per questo presentò alle Poste una richiesta motivata per essere assegnato a Padova, spiegando le sue ragioni familiari ed economiche. Nei primi tre mesi, infatti, lo stipendio alle Poste sarebbe stato di sole cinquantamila lire.

Prima di decidere, si confrontò con il suo datore di lavoro, il cavalier Retore, che, con calma e saggezza, lo invitò ad accettare il posto alle Poste, rassicurandolo sul futuro. Confidò ad Andrea che, grazie all’aumento della clientela per il suo modo di fare, stava allora pensando di aprire un altro deposito, a nome suo, sostenendolo anche economicamente, così sarebbe stato Andrea a rifornire la Peroni. Ma poi insistette perché accettasse l’opportunità alle Poste. Gli disse: “Accetta le poste perché finché ci sarò io tutto andrà bene ma dopo…”. Sembrava che se la sentisse. Infatti, purtroppo, fu premonitore del futuro dell’azienda che capitò in mano a degli incompetenti che furono costretti a chiudere.

Era il 1962. Il Rag. Remo Grandi gli suggerì di accettare la sede di Como.

Giunto in provincia di Como insieme ad altri aspiranti impiegati, attese la destinazione definitiva. Grazie all’intervento del Segretario della UIL Poste, Genesoni, direttore dell’ufficio di Valmadrera, venne assegnato a Lecco insieme ad altri cinque colleghi. L’entusiasmo iniziale lasciò presto spazio alla delusione: l’organizzazione era carente e i nuovi assunti vennero praticamente lasciati a se stessi, situazione che peggiorò con l’arrivo di altri colleghi dal Centro-Sud.

Le prime notti le trascorsero in albergo, con spese difficili da sostenere, soprattutto per lui, che aveva lasciato a Padova la moglie in attesa della loro prima figlia. Forte di una maggiore esperienza nel trasferirsi e adattarsi, si fece promotore della ricerca di un alloggio. Insieme agli altri bussò porta a porta, soprattutto in Via Pescarenico, presentandosi come nuovo impiegato delle Poste. Riuscirono così a trovare una stanza, modesta e spartana, con un letto matrimoniale e un lettino.

Per senso di solidarietà, accettò di cedere il lettino a un collega in condizioni peggiori, arrivando persino a dormire in tre nello stesso letto. Lo fece con sacrificio, ma senza rimpianti, fedele al suo spirito altruista. La sistemazione durò poco: due colleghi trovarono poi alloggio in una trattoria che affittava stanze, mentre lui si trasferì in una stanza priva di servizi interni, con il bagno in fondo a un balcone esterno. In inverno, l’acqua nelle bacinelle gelava durante la notte.

Nel frattempo, continuava a presentare domanda di trasferimento a Padova, tutte respinte, nonostante le difficoltà economiche causate dai continui viaggi per tornare dalla famiglia. Non chiedeva favori particolari, né il ritorno nella sua regione d’origine, né in quella della moglie, ma solo di poter avvicinarsi a casa.

Un episodio lo segnò profondamente. Durante una visita ispettiva, un dirigente chiese informazioni su di lui e la responsabile dell’ufficio negò la sua presenza sul posto di lavoro, nonostante fosse regolarmente in servizio dalle quattro del mattino. Fu un collega a testimoniare la verità. Questo fatto incrinò definitivamente il suo rapporto di fiducia con l’amministrazione, alimentando un senso di amarezza e ostilità verso una burocrazia che percepiva distante e ingiusta.

Andrea sottolinea la precarietà in cui si trovavano i neoassunti, abbandonati senza adeguato supporto, una situazione che avrebbe visto ripetersi anche negli anni successivi. Intanto, il 18 novembre 1962, nacque la sua primogenita Silvia. Nei mesi di prova continuò a presentare domande di trasferimento, descrivendo con precisione la propria condizione familiare e personale, nella speranza di poter finalmente tornare vicino alla sua casa.

Fu infine trasferito a Padova. 

Fu nominato Direttore delle poste di Camin nel 1985.

Appena assunse la reggenza dell’ufficio di Camin, Andrea fece ciò che gli era naturale: studiò a fondo la situazione, analizzando con attenzione l’organizzazione e tutto il materiale in dotazione. Si rese subito conto che molte cose andavano sistemate, soprattutto l’equipaggiamento dei portalettere.

Le borse in uso erano vecchie, logore e malridotte, al punto da sembrare sacchi anziché strumenti di lavoro in cuoio. Senza perdere tempo, telefonò al responsabile dell’economato per richiedere cinque nuove borse, una per ciascun addetto al recapito. Il funzionario si lamentò dell’urgenza della richiesta, ma promise comunque una certa rapidità nella consegna.

I nuovi borsoni non arrivarono subito, ma quando finalmente giunsero, per Andrea fu una grande soddisfazione. Il giorno dopo, vedendo i portalettere pronti a utilizzarli senza particolari attenzioni, li fermò immediatamente. Spiegò loro che, se non fossero stati trattati con cura, nel giro di poco tempo sarebbero diventati inutilizzabili come i precedenti. Con garbo, ma con fermezza, diede una piccola lezione sull’importanza di rispettare il materiale, paragonandolo a un buon paio di scarpe di cuoio.

Quello stesso giorno acquistò un grasso speciale alla lanolina e, con pazienza, si mise personalmente a ungere le borse, affinché il cuoio potesse assorbirlo, diventare più elastico e resistere meglio alle intemperie. In pochi giorni il materiale risultò più solido e durevole.

Questo esempio concreto gli fece guadagnare il rispetto di tutto il personale. Andrea era sempre il primo ad arrivare in ufficio, con largo anticipo, per organizzare gli sportelli e garantire che l’utenza venisse accolta puntualmente. Pretendeva ordine, precisione e rispetto degli orari, ma dava per primo il buon esempio.

Un giorno ricevette una soddisfazione particolare. Durante un’assemblea sindacale, a un collega venne chiesto chi fosse il suo responsabile. Lui fece il nome di Andrea, suscitando l’ammirazione degli altri presenti. Andrea non amava farsi chiamare “Direttore”, preferiva essere considerato un punto di riferimento affidabile. Quel riconoscimento silenzioso fu per lui una delle ricompense più sincere del suo impegno.

Seguono allegati delle campagne di sensibilizzazione del mondo della scuola ai servizi delle poste.

Luglio 2026

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