Caro Babbo Natale: in Italia si è “ricchi” a 50.000 euro lordi

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di Matteo Rigamonti

Caro Babbo Natale, quest’anno ti scrivo non per chiederti un regalo sotto l’albero, ma per raccontarti un piccolo paradosso tutto italiano: da noi basta davvero poco per essere considerati “ricchi”.

In Italia basta poco per diventare “ricchi”. Non servono la villa a Cortina, lo yacht a Sanremo o il conto alle Cayman: basta superare i 50.000 euro lordi l’anno, soglia oltre la quale scatta l’aliquota IRPEF massima del 43%. Anche con l’ultimo riordino delle aliquote oltre la sostanza non cambia: per il fisco chi guadagna 50.001 euro lordi viene trattato, sull’euro in più, come se fosse entrato nel club dei grandi ricchi.
Non è un atto d’accusa contro l’attuale legge di bilancio, che questo impianto l’ha ereditato e, per ora, può al massimo provare a limare e semplificare gli scaglioni. Il problema viene da lontano. E se usciamo un attimo dal nostro cortile il paradosso si vede meglio: negli Stati Uniti l’aliquota massima arriva oltre il mezzo milione di dollari, in Germania sopra i 270.000 euro, in Francia e nel Regno Unito attorno ai 150–160 mila. Da noi il “salto” avviene a una cifra che, in molte città del Nord, consente appena un mutuo, due figli e un’auto usata. Difficile chiamarlo lusso.

Già questo dovrebbe farci capire che il problema è un impianto fiscale costruito negli anni a colpi di pezze, bonus, ritocchi, sempre con la stessa logica: tenere tranquilla una parte dell’elettorato che paga poco o nulla e scaricare il peso su chi ha l’ambizione, o la colpa, di guadagnare qualcosa in più.
Se guardiamo ai numeri dell’IRPEF, la fotografia è abbastanza chiara. Una fetta molto ampia di contribuenti, tra no-tax area, detrazioni e trattamento integrativo (il vecchio bonus di 80 euro poi salito a 100), finisce per non pagare praticamente nulla di IRPEF. All’estremo opposto, una minoranza di contribuenti con redditi medio-alti versa da sola la maggior parte del gettito. A seconda delle elaborazioni, si parla di poco più di un quarto dei contribuenti che regge sulle proprie spalle oltre il 70% dell’IRPEF totale. È aritmetica, non ideologia.

In mezzo, ogni anno, si accende sempre la stessa sceneggiata populista. Si parla di evasione, di “furbi”, di “lotta ai ricchi”, si invoca una giustizia fiscale generica. Ma quasi mai si dice una cosa semplice: chi guadagna poco contribuisce poco, chi guadagna di più contribuisce moltissimo. E non parliamo solo di soldi in termini assoluti, ma anche di proporzioni.
Prendiamo un esempio concreto, con numeri plausibili che qualunque consulente del lavoro può verificare. Un operaio part-time con reddito basso paga nell’arco dell’anno, per IRPEF, poco più di trecento euro. Un amministratore delegato di una media azienda, con reddito da fascia alta, può arrivare tranquillamente a superare i novantacinquemila euro di IRPEF l’anno. Il rapporto è circa 1 a 300: l’amministratore paga trecento volte le imposte dell’operaio part-time. Il netto in tasca, però, non è trecento volte superiore: nella stessa simulazione il rapporto tra i due netti è dell’ordine di 1 a 10. In termini semplici: uno versa trecento “quote” di IRPEF, l’altro una; ma la distanza fra le loro vite reali è di 10 a 1, non di 300 a 1.

È su questa sproporzione che il sistema di tassazione dovrebbe interrogarsi, prima di lanciarsi nell’ennesima crociata contro il “ricco” di turno. Perché l’amministratore, piaccia o no, non solo paga per sé, ma finanzia una quota non trascurabile dei servizi pubblici di centinaia di altri cittadini. E spesso è anche colui che, attraverso l’azienda che guida, addossa sulle proprie spalle i contributi previdenziali di chi lo insulta al bar.
È una storia che parte dagli anni dei primi bonus in busta paga, si passa per il famoso bonus da 80 euro introdotto da Renzi e poi trasformato nel trattamento integrativo da 100 euro, si accumulano detrazioni per figli, spese sanitarie, ristrutturazioni, si allarga la no-tax area. Ogni intervento ha una sua logica contingente, magari nobile. Ma la somma non fa un sistema equo: fa un labirinto.

Chi ha redditi bassi, nella pratica, vive in un mondo dove l’IRPEF quasi non esiste. Vede in busta paga un netto modesto, fatica ad arrivare a fine mese, ma non percepisce che, sul fronte IRPEF, il suo contributo è minimo rispetto a quello di chi guadagna di più. Chi ha redditi medio-alti vive invece in un mondo dove ogni euro in più, al lordo, si traduce in pochi centesimi netti: tra scatti di scaglione, perdita di detrazioni, contributi vari. Nel mezzo, la retorica continua a raccontare che la colpa di tutto è del “padrone”, dell’azienda, di chi sta sopra.

Intanto la Costituzione, all’articolo 53, dice una cosa molto semplice: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività”. Non c’è scritto da nessuna parte che la progressività debba tradursi in un numero fisso di scaglioni o in percentuali che salgono a gradini simmetrici. Il punto non è la forma della scala, ma quanto si paga davvero lungo tutta la scala.
Se la guardiamo con un occhio un po’ più matematico, ciò che conta non è l’andamento della curva delle aliquote, ma l’integrale della curva: il totale di imposte pagate al variare del reddito. Anche con una curva di aliquote che scende anziché salire, la progressività non verrebbe meno se, man mano che il reddito imponibile aumenta, l’area sotto quella curva cresce e quindi l’ammontare complessivo delle tasse pagate aumenta. In altre parole, è l’area totale di imposte che cresce con il reddito a garantire la progressività, non la forma “in salita” della singola aliquota. Paradossalmente, si potrebbe immaginare perfino un sistema di aliquote regressivo e rimanere comunque nel solco dell’articolo 53, a patto che l’aliquota non diventi mai negativa ma può scendere e tendere anche a zero.

Quello che facciamo oggi è un’altra cosa: fissiamo una soglia politicamente comoda e da lì in poi carichiamo il massimo della pressione. È come se tutto ciò che sta sopra fosse automaticamente superfluo, materia prima da redistribuire o punire. E ci rifiutiamo di vedere che così facendo scoraggiamo proprio quel movimento verso l’alto che un Paese serio dovrebbe incentivare.
C’è poi un aspetto culturale che si intreccia con quello fiscale. Una parte consistente del mondo del lavoro dipendente vive con in tasca stipendi bassi e una convinzione radicata: “il padrone mi ruba i soldi”. È un sentimento comprensibile, se ci si limita a guardare solo la colonna del netto. Ma basterebbe scorrere un paio di righe sotto e guardare la colonna dei contributi e delle imposte per accorgersi che il “furto”, casomai, avviene altrove. Chi guadagna poco, oggi, è spesso protetto da un sistema che lo esonera quasi del tutto dall’IRPEF. A tenere in piedi sanità, scuola, infrastrutture, pensioni, sono coloro che il sistema classifica come “ricchi” e che teoricamente dovremmo invidiare.

Questo non significa che chi guadagna poco sia un privilegiato. Ci sono situazioni di reale difficoltà che meritano rispetto e protezione. Significa però che c’è un’altra fetta di persone che si è abituata a pensare che sia normale accontentarsi, perché “se guadagni di più ti portano via tutto”. È un messaggio che abbiamo interiorizzato tutti, in mille conversazioni da macchina del caffè.

Lo stesso meccanismo lo vediamo nel mondo delle partite IVA. Il regime dei minimi prima e il forfettario poi sono nati per rispondere a un’esigenza reale: evitare di strozzare con la burocrazia chi avvia una microattività, un professionista, un artigiano. Nel tempo, però, il forfettario è diventato una vera e propria flat tax al 15% (5% per i primi anni) fino a 85.000 euro di ricavi. Oltre quella soglia si finisce nel regime ordinario, con un salto secco in termini di adempimenti e di tassazione effettiva. Non stupisce che studi seri abbiano mostrato come, a parità di fatturato, chi sta in forfettario possa avere un netto sensibilmente superiore rispetto al collega in ordinario o al lavoratore dipendente con lo stesso costo per l’azienda.

Non stupisce neppure che il Fondo Monetario Internazionale, nel suo ultimo rapporto sull’Italia, abbia indicato questo regime come una delle distorsioni da correggere. E non lo fa da solo: lo inserisce nello stesso elenco delle oltre settecento agevolazioni fiscali che valgono circa il 6% del PIL. In altre parole, per uno degli organismi più prudenti del mondo, l’insieme del nostro sistema (fatto di scaglioni storti, regimi speciali e bonus a pioggia) non è un modello da difendere, ma un problema da riordinare.
Di nuovo: il problema non è aiutare chi inizia. Il problema è costruire un sistema in cui conviene restare piccoli e conviene “stare sotto soglia”, perché il primo cliente in più può trasformarsi in un salto nel buio. È esattamente lo stesso messaggio che arriva al dipendente che si trova nella fascia 30–50.000: se fai lo sforzo per salire, lo Stato si prende quasi tutto il premio.

Resta sullo sfondo la grande contraddizione di un Paese in cui, nell’arco di vent’anni, il reddito reale delle famiglie è arretrato, mentre quasi tutti i nostri vicini, chi più chi meno, sono andati avanti. In due soli Stati dell’Unione Europea il reddito pro-capite è diminuito: Grecia e Italia. Non è un caso se in uno di questi due Paesi “ricco” è ormai chi supera i 50.000 euro lordi e viene trattato fiscalmente come se fosse il Commendator Zampetti.

Se vogliamo prendere sul serio l’articolo 53 e la parola “progressività”, forse è arrivato il momento, caro Babbo Natale, di chiedere un regalo diverso: meno invidia sociale, meno guerra di religione su chi lavora e vuole di più, meno comode narrazioni in cui il lavoratore a basso reddito è solo vittima e mai, neppure un po’, corresponsabile del fatto che il suo contributo alla spesa pubblica è quasi nullo. Più onestà nel riconoscere chi paga davvero il conto e più coraggio nel costruire un sistema in cui alzare la testa non sia un peccato da espiare col 43%.

Progressivo non significa punire chi osa fare di più. Significa chiedere a tutti di fare la propria parte, e a chi può di fare qualcosa in più, senza trasformarlo automaticamente nel colpevole ideale di un Paese che ha smesso di chiedersi perché è fermo da vent’anni. Caro Babbo Natale, se un regalo possiamo permetterci di chiederti è semplice: che l’Italia smetta di trattare chi si impegna come un problema, e inizi finalmente a costruire un sistema che lo lasci correre senza sentirsi colpevole.

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