Conoscevo il cugino Grano. Di Salis, a Genova, si parla fin troppo

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Di Matteo Rigamonti

Come non ricordare quel discorso di Silvia Salis che, all’indomani del referendum, è stato rilanciato sui social quasi più del referendum stesso. Un discorso nato però qualche settimana prima, nel pieno della propaganda, e che andava letto esattamente per quello che era: non un’analisi tecnica della riforma, non un ragionamento neutrale sul funzionamento della giustizia, ma un intervento politico con un obiettivo molto preciso, cioè impedire che quella riforma passasse. Il nodo non era spiegare davvero il merito del quesito, ma costruire una narrazione semplice, emotiva, immediata: da una parte il sistema da difendere, dall’altra il pericolo di una magistratura indebolita e assoggettata al potere politico.

Quel periodo però è finito ed è proprio per questo che, oggi, quel discorso non può più essere letto come pura propaganda elettorale. Va confrontato con la realtà. E, per un sindaco, la realtà non è Roma né il grande dibattito nazionale sui poteri dello Stato. La realtà è l’amministrazione concreta della città che si governa, ed è lì che si misura la credibilità di chi parla. È lì che si vede se dietro i grandi richiami agli equilibri democratici c’è anche la capacità di svolgere fino in fondo il proprio compito.

Negli ultimi giorni, invece, si è visto ancora una volta un metodo che ormai appare piuttosto chiaro. Il grande evento techno è stato presentato come segnale di vitalità, di apertura, di città giovane e attrattiva. Un’iniziativa che può anche avere una sua logica sul piano dell’immagine o del richiamo mediatico, ma che inevitabilmente apre una domanda politica: è davvero questa la priorità di un’amministrazione comunale che dovrebbe anzitutto occuparsi della gestione seria e ordinata della macchina pubblica? Perché il punto non è essere contrari per principio agli eventi, né negare che una città debba vivere. Il punto è capire dove finisce la promozione del territorio e dove comincia invece l’uso delle risorse e della visibilità pubblica per costruire soprattutto un’immagine personale, una presenza scenica, una continua rappresentazione di sé. Anche perché c’è un equivoco di fondo che andrebbe chiarito una volta per tutte: non è che, siccome da sindaco ti ritrovi a disposizione le risorse pubbliche di tutti, diventi automaticamente bravo ad amministrare. Non è la disponibilità del denaro pubblico a renderti capace, serio o lungimirante. Anzi, è proprio lì che si vede la differenza tra chi sa governare e chi si limita a spendere o a usare quelle risorse come leva per rafforzare la propria immagine. Avere in mano i soldi dei cittadini non significa essere diventati improvvisamente “in gamba”; significa, al contrario, essere chiamati a una responsabilità ancora più alta, che impone misura, priorità e rispetto per il ruolo.

Poi è arrivato il caso del bilancio, e lì il tema si è fatto molto più serio. Perché quando emergono dati che parlano di un avanzo di circa 50 milioni, salvo poi precisare che l’avanzo libero effettivamente utilizzabile sarebbe di appena 2,5 milioni, non siamo davanti a una scoperta clamorosa o a un mistero contabile. Siamo davanti alla semplice applicazione delle regole di bilancio degli enti locali. Chi conosce davvero il funzionamento di un comune sa perfettamente che una cosa è l’avanzo complessivo, altra cosa è la quota libera e spendibile. E sa anche che amministrare bene significa utilizzare per tempo le risorse, programmare correttamente la spesa, evitare di arrivare alla fine dell’esercizio con somme non impegnate. Questo è il lavoro ordinario di un’amministrazione. Non una raffinatezza tecnica da addetti ai lavori, ma la base.

Ed è qui che il contrasto diventa evidente. Da una parte si tengono discorsi alti sul destino della giustizia italiana, sugli equilibri della Repubblica, sui pericoli per la democrazia. Dall’altra, sul piano concreto dell’attività amministrativa, emergono lacune che non riguardano temi astratti ma la gestione elementare di un comune. E allora il problema non è più soltanto politico. Diventa anche un problema di credibilità e di ruolo.

Perché il punto centrale, alla fine, è questo: si continua a esporre questioni che con l’argomento immediato c’entrano fino a un certo punto. È accaduto nel referendum, spostando il discorso dalla riforma in sé a un racconto generale sulla salvezza della democrazia. E sembra farlo anche da sindaca, portando continuamente il confronto su terreni simbolici, mediatici, identitari, mentre sul piano amministrativo restano questioni ben più concrete e ben più impegnative. È un modo di procedere che conosciamo bene: se il proprio terreno è debole, si alza il livello del discorso, si guarda altrove, si commenta ciò che dovrebbero fare gli altri.

Ma governare un comune non significa questo. Non significa apparire come una sorta di capovillaggio da villaggio vacanze, intento a organizzare l’evento, il reel, la foto, l’iniziativa di immagine “per i giovani” e ad aggiornare la pagina Instagram, mentre sul tavolo restano problemi che richiedono studio, rigore, presenza costante, lavoro d’ufficio, collaborazione con gli altri organi dell’ente e, soprattutto, piena consapevolezza del ruolo. Il sindaco non è un animatore. Non è una figura chiamata a occupare lo spazio pubblico per restare visibile. Il sindaco ha un compito preciso, definito mille volte dalle regole e dalla prassi amministrativa: programmare, decidere, controllare l’impiego delle risorse, verificare, vigilare, dare un indirizzo serio alla macchina comunale. Se questo viene meno, se si preferisce il racconto alla sostanza, allora le conseguenze arrivano inevitabilmente.

Ed è per questo che non basta rifugiarsi nei grandi discorsi sull’Italia, sulla giustizia, sui massimi sistemi. Perché prima di spiegare al Paese come si risolvono i problemi, bisognerebbe dimostrare di saper svolgere bene il proprio compito nel luogo in cui si è stati eletti. Altrimenti si cade sempre nello stesso schema: non sapendo fare fino in fondo il proprio, si parla di come dovrebbero comportarsi gli altri. Ma il punto è che i cittadini non ti hanno affidato un palco permanente. Ti hanno affidato un’amministrazione.

E allora forse la domanda più semplice è anche la più severa: se il ruolo del sindaco è così chiaro, se richiede competenza, concretezza e consapevolezza, perché ostinarsi a trasformarlo in una continua operazione di immagine? Perché usare la visibilità pubblica come se fosse il fine, invece di considerarla un mezzo secondario rispetto alla gestione reale della cosa pubblica? Perché le risorse pubbliche non possono diventare lo strumento per aumentare la propria esposizione personale. Le risorse pubbliche servono a fornire servizi ai cittadini, non a promuoversi.

Alla fine, è tutto qui. La propaganda referendaria poteva avere i suoi toni, le sue forzature, i suoi slogan. Ma quel tempo è finito. Adesso resta la realtà. E la realtà, prima o poi, presenta il conto. Non con i reel, non con le fotografie, non con gli eventi simbolici, ma con i numeri, con gli atti, con le somme impegnate diligentemente, con le risorse non realmente disponibili, con la distanza tra ciò che si racconta e ciò che si è davvero in grado di fare. Ed è su questo che un sindaco si giudica. Non su quanto sa apparire, ma su quanto sa amministrare.

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