di Valentina Besana
L’uscita nelle sale del recente film dedicato a Franco Battiato, Franco Battiato – Il lungo viaggio (2026), riporta inevitabilmente al centro della riflessione una figura che continua a sottrarsi a ogni tentativo di semplificazione. La sua opera non è soltanto un percorso musicale, ma un sistema di pensiero stratificato, costruito attraverso geografie culturali, simboliche e spirituali intrecciate con naturalezza sorprendente. Il suo immaginario fonde tradizioni mistiche differenti, facendo convivere il sufismo islamico, il pensiero buddhista e l’advaita indiana con la mistica cristiana continentale, l’antroposofia e una sensibilità esoterica che attraversa culture celtiche e mitteleuropee.
Ma c’è una mappa meno esplorata: quella che attraversa Milano, il Nord e l’Europa continentale. Non si tratta di una lettura geografica in senso stretto, bensì di un’indagine su questo terreno di risonanza nella sua poetica.
Riascoltare oggi Battiato significa dunque confrontarsi con un artista che ha attraversato linguaggi e tradizioni con lo sguardo di un nomade, ma che ha anche saputo far sedimentare quella ricerca in geografie precise.
Il percorso musicale di Battiato prende avvio ufficialmente a Milano con Fetus (1972). Non è un dettaglio logistico, è un passaggio decisivo. Milano nei primi anni Settanta è il crocevia dell’avanguardia italiana, dell’elettronica sperimentale, delle contaminazioni tra rock colto e musica contemporanea. In questo contesto Battiato sviluppa un linguaggio che dialoga con Stockhausen, con la musica concreta, con la ricerca timbrica europea.
Milano non gli fornisce un’estetica, ma un metodo: lavoro, disciplina, strutturazione della sperimentazione. È qui che la sua tensione verso l’assoluto trova una forma organizzata. La città diventa un filtro, come la nebbia lombarda che più tardi entrerà simbolicamente nei suoi testi, riduce il superfluo, costringe alla concentrazione.
La Galleria del Corso, centro nevralgico dell’industria discografica, rappresentava allora un ecosistema creativo concreto. Studi, editori, sale prove, musicisti. In questo ambiente si colloca anche la collaborazione con Alberto Radius. In Gente di Dublino (1982) di Radius, progetto fortemente influenzato dalla collaborazione con Franco Battiato che intreccia suggestioni irlandesi e sonorità italiane, il brano Lombardia restituisce un’immagine quasi metafisica del paesaggio padano:
“La nebbia sulle case
Come in un libro di fiabe
Di colore grigio chiaro
Metafisico…”
Non è folclore locale. È paesaggio interiore. La Lombardia non è sfondo, è stato di coscienza.
Battiato non guarda al Nord come moda esotica, ma come spazio culturale. In Voglio vederti danzare (1982) l’Irlanda del Nord e la Bassa padana convivono nello stesso respiro poetico:
“Nell’Irlanda del Nord…
Nella Bassa padana…”
Sette ottavi e valzer viennesi. Irlanda e Vienna. Folk e Mitteleuropa. Non c’è citazionismo, c’è l’idea di una tradizione europea condivisa che attraversa i corpi, i ritmi, la memoria collettiva. Il valzer non è decorazione asburgica, ma struttura emotiva. L’Europa di Battiato è culturale, non politica.
Anche Bandiera Bianca (1981) inserisce il “Mr. Tamburino”, eco del cantore errante dylaniano, dentro un contesto disincantato e modernissimo. Il riferimento non è imitazione di Bob Dylan (Mr. Tambourine Man, 1964), ma appropriazione simbolica: il musicista come guida spirituale in tempi confusi.
In L’aeroplano (1982), scritto con Giusto Pio e interpretato da Milva, l’ironia delle “Bergamasc Airlines” inserisce la provincia lombarda in un atlante globale che comprende Vienna, i Balcani, il Medio Oriente. È una geografia musicale che tiene insieme periferia e mondo.
Con L’era del Cinghiale Bianco (1979) Battiato inaugura la stagione della sintesi perfetta tra accessibilità e profondità. Il cinghiale bianco appartiene al simbolismo celtico e nordico: animale iniziatico, figura di forza e conoscenza primordiale. Battiato stesso lo collegò anche all’emblema araldico di Riccardo III d’Inghilterra.
“Spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco”
Qui il Nord non è geografia, ma archetipo. È il ritorno a un tempo mitico in cui sapere e sacralità coincidono.
Se l’Oriente offre a Battiato l’advaita e il superamento dell’ego, la Mitteleuropa gli consegna una mistica rigorosa, attraversata dalla storia. Il Carmelo di Echt (brano di Juri Camisasca del 1983, ripreso con una cover da Battiato nel 2008 nell’Album Fleurs 2) è dedicato a Edith Stein, filosofa ebrea allieva di Husserl, convertita al cattolicesimo, entrata nel Carmelo e deportata ad Auschwitz nel 1942.
Qui la spiritualità non è evasione cosmica ma testimonianza tragica. Edith Stein incarna una tensione verticale che unisce fenomenologia, fede e martirio. È il volto mitteleuropeo del sacro, razionale, radicale, drammatico.
In Nomadi (1988) la parola assume un peso specifico.
“Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità…”
Non è romanticismo bohémien. È una condizione esistenziale. La nebbia del Nord, evocata come paesaggio monotono e ripetitivo, diventa metafora di una ricerca che non passa per l’esotico ma per la concentrazione. Il nomade battiatesco non fugge, attraversa.
Milano, in questo senso, agisce come presenza sotterranea nella sua poetica. Città di lavoro e silenzio, di inverni lunghi, di studio costante. È uno spazio mentale che educa alla sottrazione.
Da Mondi lontanissimi (1985) a E ti vengo a cercare (1988), la cosmologia battiatesca non è fantascienza ma metafisica. Il cosmo è specchio della coscienza.
In Irresistibile richiamo (2012) scrive:
“Quando eravamo collegati, perfettamente
Al luogo e alle persone che avevamo scelto
Prima di nascere”
Qui si compie la sintesi, l’appartenenza non è anagrafica ma spirituale. Si appartiene ai luoghi che risuonano con la propria frequenza interiore.
E poi Stranizza d’amuri (1979). Il siciliano non è regressione, ma compimento. Oltre all’Europa continentale, ai misticismi orientali e simbologie celtiche, Battiato parla nella lingua originaria.
“E quannu t’haiu persu, nenti è cchiù comu prima”
Non nostalgia, ma consapevolezza che ogni attraversamento modifica per sempre.
Battiato è stato un nomade, sì. Ma un nomade capace di abitare i luoghi interiormente. E forse è proprio questo che oggi, riascoltandolo, emerge con maggiore chiarezza, il suo Nord non è direzione geografica, ma tensione verticale. Un modo di pensare la musica come conoscenza, come rito, come atto di coscienza.
Ed è qui che la sua mappa smette di essere cartografia e diventa esperienza.








