di Massimo Iaretti

Lisa Molteni, consigliere comunale di minoranza a Gerenzano è anche presidente di Ufis- Unione Frontalieri Italiani in Svizzera e come tale vive e conosce entrambe le realtà della Provincia di Varese e del confinante Canton Ticino. Ne è nata una interessante conversazione sotto forma di intervista.
Come nasce il tuo impegno politico?
Il mio impegno politico nasce da una constatazione semplice: i territori vengono sempre dopo, nelle scelte dei grandi partiti. La mia comunità, il lavoro delle persone, le esigenze reali di chi vive ogni giorno tra confine, famiglia e impresa… tutto questo non può essere gestito da chi sta a Roma e non conosce la nostra realtà.
Ho scelto l’impegno politico perché credo nel federalismo autentico, nella responsabilità locale e in istituzioni che ascoltano davvero chi vive il territorio. La politica, per me, non è una carriera: è difendere la mia terra con serietà e schiena dritta.
Ma questo percorso non è iniziato con una candidatura improvvisa. Prima delle amministrative di Milano c’è stato un lungo lavoro dietro le quinte: studio, confronti, collaborazione con amministratori e rappresentanti politici che vivono ogni giorno la complessità dei territori.
È lì che ho maturato la consapevolezza che servono competenza, preparazione e determinazione per rappresentare davvero una comunità.
Poi è arrivata la vocazione vera: quel momento in cui capisci che non puoi più restare un passo indietro. Ho deciso di metterci la faccia, di entrare in prima linea e trasformare anni di impegno e esperienza in un’azione politica concreta, coerente e profondamente radicata nel territorio.

E quello per i frontalieri?
Il mio impegno per i frontalieri nasce dall’aver visto sulla pelle delle persone cosa significa vivere ogni giorno in equilibrio tra due Stati, senza che nessuno – per anni – si sia davvero preoccupato di tutelare i loro diritti e le loro esigenze.
Il frontaliero è spesso trattato come un numero, una statistica nelle tabelle dei ministeri, quando invece rappresenta una forza economica fondamentale per il territorio, per i comuni di confine e per l’intero sistema fiscale italiano.
A questo si aggiunge una realtà importante: ad agosto ci siamo costituiti come gruppo, uniti dal fatto di essere tutti lavoratori frontalieri. Siamo persone che vivono sulla propria pelle ritardi, accordi mal gestiti e scarsa tutela istituzionale. Siamo stanchi, e proprio questa stanchezza ci ha spinti a organizzarci, a studiare i problemi nel dettaglio e ad affrontarli con serietà.
Entrando nel tecnico:
L’Accordo Italia–Svizzera del 2020 ha introdotto una tassazione mista (sostitutiva/concorrente) che ha creato confusione e disparità tra “vecchi” e “nuovi” frontalieri.
Le norme applicative, tra circolari e interpretazioni, hanno lasciato zone grigie che il lavoratore si ritrova a pagare in termini economici e burocratici.
I Comuni di frontiera dipendono dai ristorni, che non sono più garantiti come un tempo: i territori perdono risorse, i servizi peggiorano, ma nessuno a Roma sembra preoccuparsene.
La questione della doppia imposizione – soprattutto per chi rientra nei nuovi parametri – sta creando problemi economici reali a centinaia di famiglie.
Ho scelto di occuparmene perché serve qualcuno che parli la loro lingua, che conosca davvero i confini, che rispetti il lavoro duro di chi affronta ogni giorno ore di viaggio e normative complicate, e che pretenda risposte chiare sia da Roma sia dal Canton Ticino.
Perché dietro ogni frontaliero c’è una famiglia, una casa, un futuro da difendere.

Quante persone coinvolge il problema frontaliero?
Il fenomeno dei frontalieri ha una portata molto più ampia dei numeri che spesso vengono citati.
Parliamo di decine di migliaia di famiglie coinvolte direttamente, e di un impatto che ricade su tutta la struttura economica e sociale dei territori di confine.
Entrando nel concreto:
Nel Cantone Ticino i frontalieri attivi sono oltre 78.000.
In tutta la Svizzera, i lavoratori frontalieri con permesso G superano i 400.000, con più di 92.000 italiani coinvolti.
Ma la realtà va oltre la Svizzera: esistono frontalieri anche a Ventimiglia, San Marino, nelle zone confinanti con l’Austria, la Francia e la Slovenia.
Ovunque ci sia un confine attraversato ogni giorno per lavorare, si ripetono gli stessi problemi.
Il punto centrale è che non parliamo solo dei frontalieri ufficiali, ma di un sistema intero che dipende da loro:
famiglie che vivono la pressione economica, la doppia tassazione e le incertezze normative;
centinaia di attività commerciali che beneficiano dell’indotto;
imprese locali che ruotano attorno al mercato del lavoro transfrontaliero;
Comuni di frontiera, che devono programmare servizi, mobilità, sicurezza e welfare sulla base dei ristorni, sempre più incerti.
Per questo diciamo che il problema non è solo numerico, è sistemico: riguarda la qualità della vita, la dignità del lavoro e la tenuta economica dei territori.
Ed è proprio qui che entrano i tecnicismi:
dobbiamo affrontare l’impatto dell’Accordo fiscale del 2020, la distinzione tra “vecchi” e “nuovi” frontalieri, la problematica della doppia imposizione e l’effetto dei ristorni sui bilanci comunali.
Ma soprattutto dobbiamo essere lungimiranti: nel 2033 finirà il regime attuale dei ristorni e molti comuni perderanno una parte fondamentale delle loro entrate.
Se non si costruisce ora un modello economico che renda sostenibili i territori di confine, ci troveremo impreparati.
Ecco perché vogliamo lavorare su più punti:
nuove forme di compensazione territoriale,
politiche di mobilità moderne,
tutela sanitaria per lavoratori ad alta mobilità,
accordi bilaterali più equilibrati,
e una reale strategia economica che guardi OLTRE il 2033.
Il frontaliero non è un semplice lavoratore: è una colonna del territorio, e la politica deve finalmente trattarlo con il rispetto e la visione che merita.
Nella tua zona, quali sono le priorità e le emergenze?
Gerenzano è un territorio che negli ultimi anni ha vissuto una delle peggiori emergenze della sua storia recente.
Tre anni fa una grandinata violentissima ha colpito il paese, devastando abitazioni, aziende, infrastrutture, mezzi e servizi. Il conto è stato drammatico: circa 40 milioni di euro di danni.
Una cifra enorme per un Comune delle nostre dimensioni, che ha inciso profondamente sui bilanci, sulle famiglie e sulla tenuta complessiva del territorio.
Quell’evento ha messo in luce una fragilità che non possiamo più ignorare.
La sicurezza e la protezione del territorio sono le prime emergenze.
Siamo un Comune confinante con una città più grande e viviamo un flusso continuo di dinamiche sociali e di mobilità. A questo si aggiunge una nuova vulnerabilità climatica: fenomeni estremi che diventano sempre più frequenti e che richiedono pianificazione seria, non improvvisazione.
La seconda emergenza è economica e amministrativa.
I tagli ai fondi nazionali e regionali, uniti ai 40 milioni di danni della grandinata, hanno creato una pressione enorme:
bilancio sociale in crescita,
risorse insufficienti,
spese impreviste,
riduzione della capacità di investimento.
Il risultato è evidente a chiunque viva qui:
Gerenzano, anche per responsabilità politiche pregresse, oggi non è più un Comune attrattivo.
Mancano investimenti strutturali, le imprese faticano a insediarsi, i giovani non trovano prospettive, i servizi sono sotto pressione.
E quando un territorio perde attrattività, tutto rallenta: l’economia, il commercio, la qualità della vita.
Il vero nodo è la distanza tra i bisogni reali del Comune e le risorse che riceve.
Un territorio di confine, esposto a rischi climatici, con forte mobilità e criticità sociali, non può essere trattato come un Comune qualunque. Serve una visione diversa.
È qui che entra in gioco la mia identità federalista:
credo che Comuni come Gerenzano debbano poter trattenere più risorse, decidere di più, programmare di più e proteggere meglio la propria comunità.
Solo così ricostruiamo attrattività, sicurezza e sviluppo dopo anni difficili.
Infine vogliamo fare un focus riguardante i rapporti con Roma, Milano e Canton Ticino ?
I rapporti istituzionali devono basarsi su un principio che oggi troppo spesso manca: il rispetto dei territori, soprattutto di quelli considerati “periferici”. E andiamo per punti
Con Roma
Il dialogo con Roma è il più difficile.
Il centralismo continua a trattare i Comuni come semplici terminali amministrativi, senza ascoltare davvero bisogni e complessità delle realtà locali.
Le decisioni arrivano dall’alto, in ritardo, e spesso senza considerare:
le esigenze dei lavoratori,
la mobilità quotidiana verso la Svizzera,
la pressione sui bilanci comunali,
la vulnerabilità climatica che Gerenzano ha vissuto con 40 milioni di danni da grandinata.
Roma interviene poco e male.
Ed è proprio per questo che continuo a credere in un federalismo reale, dove i territori – periferici solo per geografia, non per importanza – possano decidere di più e trattenere risorse adeguate.
Con Milano
Con Milano il rapporto è più immediato, ma non privo di criticità.
Le aree come Gerenzano vengono troppo spesso viste come periferie della grande città, e non come comunità con identità, esigenze e dinamiche proprie.
Milano deve diventare un partner vero, non un riferimento distante.
Servono strategie coordinate su:
mobilità,
sicurezza,
servizi,
protezione del territorio,
e pianificazione dopo eventi climatici estremi.
La periferia, se ascoltata e finanziata, diventa una risorsa. Se ignorata, diventa un problema per tutti.
Con il Canton Ticino
È un rapporto delicato ma decisivo.
Anche vivendo in una zona considerata “periferica”, ogni giorno migliaia di persone attraversano il confine per lavorare, ed è su questo asse che si regge una parte importante dell’economia lombarda.
Servono:
collaborazione istituzionale,
chiarezza fiscale,
tutela dei diritti dei lavoratori.
La scadenza del 2033, con la possibile fine dell’attuale sistema dei ristorni, impone una visione nuova: bisogna preparare l’economia dei territori affinché non dipenda più da meccanismi instabili o temporanei.
In questo, la voce delle periferie deve essere forte: chi vive il territorio ogni giorno non può essere escluso dai tavoli dove si decidono le regole che cambieranno il suo futuro.









