Guerra, 3 domande al politologo Marco Revelli

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di Alberto Deambrogio

di Alberto Deambrogio

Alberto Deambrogio: Marco Revelli, con questo ultimo passaggio dell’escalation
da parte di Israele e degli Stati Uniti con l’attacco all’Iran c’è stato un salto di
qualità intorno al tema della guerra. In qualche modo si è notata ancora di più la
caduta di ogni velo di ipocrisia da parte delle classi dirigenti occidentali. Tu che
idea ti sei fatto su questo particolare momento?
Marco Revelli: come dici è un vero salto di quantità, in grado di confermare la
nostra diagnosi infausta, che non da oggi siamo venuti facendo sulle caratteristiche
delle classi dirigenti, in particolare dell’Occidente. Classi dirigenti che sempre di più
assumono una curvatura criminale, sempre più assumono il mito della forza come
unico criterio per regolare i rapporti politici e internazionali; che compiono e
tollerano genocidi. Su questo le idee erano già chiare prima, ma quello che è
successo sabato 28 febbraio è per molti aspetti una svolta, perché certifica il
carattere degli psicopatici al potere, cioè le persone che hanno deciso questa
iniziativa bellica. Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in
nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto: è una
pura esibizione della possibilità di fare tutto ciò che essi vogliono. L’averlo fatto
destabilizzando un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili, ma sicuramente
tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità e che questo sia avvenuto
avendo gli Stati Uniti a traino rispetto a Israele, che è guidata a sua volta da un
gruppo esplicitamente criminale oltre che attraversato da turbe psichiche gravi,
cambia per molti versi lo scenario. Proietta ombre lunghe sul futuro delle nostre
democrazie, perché l’irruzione della guerra nel cuore del mondo, per come è
avvenuta, non può non comportare una restrizione della democrazia, di quel che
resta, di quei brandelli che restano di democrazia. Viene strappato persino il velo
che nascondeva la realtà delle politiche praticate. La democrazia reale non è più tale
e mette in discussione i diritti individuali, la libertà di espressione, di opinione, di
stampa, produce un allineamento del sistema dei media dietro le peggiori forme del

potere. Per questo è diventato più urgente che mai e costruire una forza di
opposizione adeguata al livello dello scontro, che è stato imposto in questo modo.

A.D.: restiamo a questo tuo ultimo accenno. Nelle scorse settimane e mesi, anche
se con ritardo, abbiamo assistito a un nuovo protagonismo sociale, a grandi
manifestazioni di fronte allo scempio della vita, al genocidio. Un fatto importante,
ma che forse non è ancora sufficiente in termini di opposizione continua,
consapevole e socialmente articolata alla guerra. Tu che ne pensi?
M.R.: Cosa può in qualche misura mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i
corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza? Solo un
gigantesco movimento di opposizione e di insubordinazione. Noi nei nostri dibattiti
continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento sociale.
Organizziamo cortei e presidi, iniziative in un’infinità di luoghi, ma tutto questo
rischia di essere ancora insufficiente. Occorrerebbe un movimento oceanico. Cosa
intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è
accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai
primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una
folla in cammino, cortei e presidi, mai di una marea di persone, molte delle quali
nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non
c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenerla. Ecco: c’è bisogno di un
movimento di questo tipo, che circondi, che faccia sentire circondati i luoghi e le
figure del potere; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere
ascoltata e dice no, che dice fermatevi! Questo è un movimento oceanico.
Un’ondata che sommerga le casematte del potere, che le faccia sentire assediate ed
estranee ai loro stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nei nostri
dibattiti, nei nostri discorsi, nei nostri convegni. Continuiamo a ripetere che
dobbiamo costruire un movimento di massa e un movimento di massa può essere
costruito, certo. Ci sono dei soggetti, delle organizzazioni dei gruppi, che
contribuiscono alla mobilitazione di massa in determinate occasioni, ma un
movimento oceanico è un’altra cosa. Si dà, cioè, quando si forma un’ondata e
questo succede per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è
in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo
punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non
possano stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti
due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade talmente

atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare
alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo, è un detonatore, un innesco.
Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un
fenomeno, credo, da cui noi dovremmo imparare.

A.D.: Qui si apre una riflessione importante che attiene all’organizzazione migliore,
alle pratiche più efficace da dover mettere a punto per quel che Nunes chiama
l’ecosistema politico…
M.R.: In questa fase in cui ci giochiamo la pelle per certi versi, andrebbero osservate
le regole fondamentali della guerriglia, una guerriglia senza armi, pacifica, sia chiaro.
La guerriglia presuppone che tu, protagonista, non ti faccia mai trovare nel posto in
cui il nemico pensa di trovarti, che tu non ripeta quello che gli altri si aspettano da
te. Che tu faccia uno scatto, uno scarto in alto e di lato per compiere una cosa
sorprendente. La Flotilla è stata questo. Decine e decine di barche di tutti i paesi e
con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria
esistenza, i propri corpi, disarmate, radicalmente disarmate. Così ad affrontare
l’esercito più feroce del mondo, perché l’esercito di Israele questo. Che
veleggiassero verso quella linea di impatto, ha generato quella miscela, quel
miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale
di Genova, che rappresentava l’essenza del mondo del lavoro e delle sue virtù: che
dal porto dice: – se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto! Quelle parole
semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, hanno determinato quel
fenomeno. Un movimento oceanico si va costruendo in modo lenticolare, su sé
stesso e richiede a un certo punto un detonatore. Quello che noi possiamo fare, noi
forze di opposizione, forze antagonistiche è preparare le precondizioni, affinché
quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi,
conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere
dentro di sé gli elementi di conoscenza. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli
errori, evitare le cose che sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua
trasformazione in movimento di piazza. Non bisogna ostacolare tutto questo con i
settarismi, con le pretese di egemonismo e con la pratica della violenza. La carta
vincente della Flotilla era la loro rigorosa non violenza. Era gente che rischiava la
propria pelle a mani nude, completamente disarmata, affrontando un nemico
feroce. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione.

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