Guido Giraudo parla della Strage di Bologna, Nostra Intervista

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di Massimo Iaretti

“C’è del marcio a Bologna – 12 mesi per fare sparire la verità sulla strage” è un libro “scomodo” di Guido Giraudo, già vicedirettore del Candido che, nel 1981, si “guadagnò” 15 giorni di carcere nella città felsinea per essersi rifiutato di rivelare al giudice istruttore Aldo Gentile la fonte di un articolo apparso sul suo settimanale, allora diretto dal senatore missino Giorgio Pisanò. L’articolo aveva la colpa di ipotizzare una verità alternativa a quella perseguita dalla Procura di Bologna già un secondo dopo lo scoppio della bomba, ovvero la “matrice fascista” dell’attentato. In tal senso Giraudo è titolare di un “primato” non degno di un Paese libero: è l’unico giornalista ad essere stato incarcerato per non avere rivelato le fonti di informazione. Dopo aver letto il libro (edito da Passaggio al Bosco e arricchito dai disegni originali di Almerigo Grilz, il reporter morto nel 1987 mentre filmava un’azione di guerra in Mozambico) e senza entrare troppo nel merito della complessa vicenda giudiziaria di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande.

Giraudo, come è nato questo libro?

«Nasce semplicemente perché volevo lasciare alle mie nipoti il ricordo di quello che mi era accaduto oltre 40 anni fa e di cosa si è scoperto dopo: il Lodo Moro, i legami tra i magistrati e il terrorismo palestinese, gli indizi ignorati, le connivenze taciute; tutte cose che fanno capire che Pisanò, forse, con quello che scrisse nel 1981, si era davvero avvicinato alla verità».

Parla della pista palestinese?

«L’articolo s’intitolava “E se non fosse un attentato” e ipotizza va che si fosse trattato dell’esplosione accidentale di un carico di esplosivo trasportato (come molti altri) dai terroristi palestinesi. Per questo parlava di un potente esplosivo sconosciuto, della strana coincidenza dell’arresto di un palestinese residente a Bologna e del fatto che non si poteva escludere che le vittime fossero 86 e non 85, poiché c’erano troppi resti “non identificati”. Tutte ipotesi che si sono dimostrate autentiche solo con le perizie del 2014, ma che, incredibilmente, la magistratura non ha voluto prendere in considerazione».

Però, ormai sulla strage ci sono sentenze definitive che, secondo alcuni “non si devono discutere”.

«Come no. Ci sono stati ben 17 processi che hanno portato alla condanna definitiva addirittura di 5 persone, tutte come esecutori materiali, l’ultimo die quali, Paolo Bellini, neanche conosceva gli altri 4 (tutti dei NAR), ma il suo processo serviva non tanto a condannare lui, quanto a condannare i “mandanti” (quattro persone ormai morte da tempo) e a redigere una sentenza concepita come “vulgata” (una falsa verità costruita per motivi ideologici), utile per i libri di scuola dei nostri nipoti».

Ci sono particolari mai chiariti, domande mai fatte?

«Nel libro non mi soffermo sulle tante, troppe sentenze contradditorie, ma è certo, per esempio che, nel giudicare Paolo Bellini (figura sicuramente ambigua) si è sorvolato su almeno un particolare inquietante: il fatto che il Procuratore generale di Bologna, Ugo Sisti, la notte stessa del 2 agosto si allontanò senza scorta da Bologna per recarsi segretamente nell’agriturismo della famiglia del Bellini dove venne rintracciato, per puro caso, la mattina dopo dalla Polizia di Stato. Il fatto, decisamente grave, fu “scoperto” solo vent’anni dopo da una Commissione parlamentare ma i magistrati non hanno ritenuto che fosse interessante nel processo che, altri vent’anni dopo (45 dalla strage) condanna Bellini all’ergastolo».

Torniamo ai suoi guai giudiziari iniziati con il giudice Aldo Gentile. Cosa ricorda?

«Nei primi mesi del 1981, il magistrato seguiva accanitamente la cosiddetta “pista libanese” che partiva dalle dichiarazioni rese dal capo dei terroristi palestinesi, Abu Ayad, a una giornalista comunista (Rita Porena), sposata con un leader palestinese, ma collegata i servizi segreti italiani a Beirut. In questa intervista si dava per certo che la strage di Bologna fosse stata eseguita da stremisti di destra italiani addestrati nei campi dei cristiani Maroniti del Libano. Anche un ingenuo avrebbe capito che si trattava di un depistaggio e lo sapevano bene anche i Carabinieri… ma la “Ragion di Stato” imponeva di non coinvolgere i palestinesi».

Era il famoso “Lodo Moro” (l’accordo segreto tra il governo italiano e i terroristi) sul quale il giornalista e consulente della Commissione Stragi Gian Paolo Pellizzaro ha compiuto una ricerca molto dettagliata…

«Pellizzaro lavora da anni sul caso di Bologna ed è arrivato, con prove, a conclusioni importanti. I suoi articoli sono stati molto utili anche per il mio libro».

Cosa sapeva Pisanò nel giugno 1981?

«Di certo ancora non sapeva nulla del “Lodo Moro” ma ebbe l’intuizione di mettere in relazione la strage di Bologna con il sequestro (casuale) ad Ortona di due lanciamissili russi di proprietà dei palestinesi e al conseguente arresto del loro rappresentante in Italia, Abu Saleh. Non sapeva però (perché saltò fuori solo 25 anni dopo) che questo Abu Saleh, che viveva a Bologna era in stretti rapporti di amicizia con il giudice Gentile… Il che spiega molte cose (per chi le vuol capire)»

In definitiva, qual è la sua idea sulle responsabilità della bomba alla Stazione?

«L’ultima perizia, che ribalta tutte quelle precedenti (e scagiona indirettamente i 4 condannati dei NAR), dimostra che quel tipo di esplosivo non era mai stato usato in Italia ma lo si ritrova in alcuni attentati attribuiti ai terroristi del gruppo Carlos (legati ai palestinesi e all’estremismo rosso europeo). Inoltre, sempre nel 2014 è stato riesumato il corpo di una delle 85 vittime, Maria Fresu, che era “sparita” subito dopo l’attentato e si è scoperto che i resti sepolti (consegnati alla famiglia dai magistrati bolognesi) non corrispondono al suo DNA. Ma non corrispondo neppure al DNA di nessun’altra vittima della strage. Dunque – proprio come aveva ipotizzato Pisanò nel giugno 1981 – esiste una 86.ma vittima, di cui nessuno ha reclamo il corpo, ma di cui ora abbiamo il DNA, che era probabilmente colei che trasportava l’esplosivo. La verità, allora, era a due passi… ma i palestinesi non andavano toccati, mentre era facile accusare, arrestare, inventare testimonianze, incriminare e condannare i “fascisti”. Ed è quello che è stato fatto».

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