di Matteo Rigamonti

Diciamolo subito: chi ripete che “qui siamo cattolici da duemila anni, Halloween non c’entra” non conosce né la storia del territorio né quella della Chiesa. La Brianza è una terra antica, con strati che precedono di secoli (anzi, di millenni) l’uniformazione cattolica post-tridentina: prima c’erano gli Insubri, la cultura di Golasecca, un mondo celtico-alpino che sapeva leggere la soglia dell’autunno, il raccolto finito, il culto degli antenati. È lì che nasce la sensibilità per la “notte di passaggio” che oggi chiamiamo Halloween. Quando qualcuno obietta che la Chiesa ha sempre celebrato i morti tra l’1 e il 2 novembre, conviene ricordare che “sempre” è parola impegnativa: la Commemorazione dei Defunti si fissa in età medievale a Cluny, con Odilone, e da lì si diffonde nel mondo latino.
Nel nostro Nord le tracce sono rimaste in casa. In Lombardia e in Brianza la tradizione delle lumère (zucche o barbabietole svuotate e illuminate), i pani dei morti, la tavola apparecchiata per chi non c’è più non arrivano da Hollywood: sono sopravvivenze contadine, sincretismi di lungo periodo che hanno cambiato nome senza cambiare senso. Le lumère sono ben documentate nell’area padana ( in particolare nel Mantovano) come luci d’autunno che segnano la soglia tra vivi e defunti4; sono attestate anche nel Lecchese e nella Brianza centrale, dove si svuotano zucche o barbabietole e si accendono su davanzali e cortili, lungo percorsi e corti, secondo usi tuttora praticati; e le schede istituzionali regionali ricordano che i “dolci dei morti” (da noi il Pan dei Morti) onorano i defunti e, idealmente, danno loro ristoro “a tavola” nel giorno a loro consacrato.
Il cattolicesimo che oggi molti difendono con zelo (quello compatto, catechistico, parrocchiale) è figlio soprattutto del XVI-XVII secolo: Controriforma e Concilio di Trento fissano dottrina, catechismi, disciplina del clero e pratiche omogenee. È in età moderna che Roma prova a “mettere in riga”, per quanto possibile, un mosaico di usi locali; prima c’era pluralismo, intreccio di devozioni e sostrato popolare. Altro che “duemila anni identici”.
Nel frattempo, la Brianza ha continuato a fare ciò che fanno le terre con memoria lunga: stratificare. L’autunno è rimasto stagione liminale; i falò, il ciclo della Giubiana, i “mostri” bonari dell’immaginario alpino (pensa al Badalisc) hanno convissuto con il calendario liturgico, senza che il secondo azzerasse i primi. Chi oggi si scandalizza per travestimenti e zucche dovrebbe spaventarsi di più davanti alla propria smemoratezza: non è il pop a sradicare la tradizione, è l’ignoranza della propria tradizione.
Vale anche per ciò che guardiamo oltreoceano. Quello che vediamo negli Stati Uniti non è un’invenzione ex novo, ma la versione urbana e commerciale di pratiche europee antiche. Il trick-or-treat nasce come giro porta-a-porta di questua: ieri si chiedevano noci, castagne o dolcetti in cambio di preghiere o auguri per i defunti, oggi sono caramelle; la grammatica è identica (souling e guising lo mostrano bene). Le zucche intagliate vengono dalle lanterne di rapa delle isole britanniche (i famosi “ghost turnips”) e la nostra lumèra è la stessa idea: una luce nella soglia dell’anno. Perfino gli scherzi hanno una storia: bussare e scappare, tirare un filo al battente, spaventare bonariamente i vicini si innestano sulla tradizione delle scampanate (le ronde rumorose che, nelle notti liminali o in occasione di comportamenti riprovati, “smuovevano” la comunità) una pratica rituale ben documentata nell’Italia settentrionale. In Lombardia esiste anche una questua dei morti tutta nostra: nel Cremasco, l’1 novembre, la “circa di mort” raccoglieva pane e farina per i poveri e dava il nome a dolci come le ossa dei morti.
E passiamo al nodo più discusso: da più parti, anche tra i credenti, si sostiene che “Halloween sia pagano e da respingere”, dimenticano due fatti elementari. Il primo: il cattolicesimo ha sempre inculturato, ha assorbito, battezzato, riletto; proprio Ognissanti e Defunti sono l’esempio perfetto di una sensibilità europea sull’oltre-vita che la Chiesa ha disciplinato, dando un alfabeto liturgico a ciò che c’era già *1. Il secondo: in Brianza non c’è stato alcun reset. Lumère, dolci dei morti, questue e burle di soglia sono sopravvivenze e reinvenzioni che parlano di noi. Che oggi tu lo chiami “Halloween” o “notte delle lumère” cambia poco: la sostanza è la continuità del gesto e del simbolo nel paesaggio culturale locale. Per cogliere il tono urbano e lombardo di questi giorni basta ancora sfogliare Delio Tessa, L’è el dì di Mort, alegher!: città, cimiteri, castagne e ironia amara, un clima che dice più di tante invettive.
È legittimo preferire l’adorazione eucaristica al trucco da vampiro; è altrettanto legittimo difendere la nostra tradizione senza complessi d’importazione. Ma basta teologie da meme: il cattolicesimo brianzolo che conosciamo non ha “duemila anni”. È una costruzione moderna, per molti versi efficace, posata su un terreno molto più antico e ruvido. Ogni 31 ottobre quello strato profondo torna in superficie. Per questo, la prossima volta che qualcuno sbuffa “Duemila anni di cattolicesimo e adesso mi metti le zucche?”, proponi un piccolo rito semplice e doppio: accendi una lumèra, metti il Pan dei Morti in tavola e nomina i tuoi, a bassa voce. Non è paganesimo: è civiltà della memoria.










