Il naso della Patrimoniale

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Di Matteo Rigamonti

La nuova stagione della patrimoniale viene presentata, come spesso accade, con il linguaggio rassicurante della tecnica. Non sarebbe una scelta politica, una vecchia pulsione ideologica e nemmeno l’ennesimo tentativo di cercare risorse dove è più facile indicare un bersaglio. Sarebbe, ci viene detto, la conseguenza naturale di una constatazione economica: il sistema fiscale italiano sarebbe regressivo nella parte alta della distribuzione della ricchezza e dunque occorrerebbe intervenire.

Il problema è che, prima di accettare questa conclusione, bisognerebbe guardare bene dentro il meccanismo. Perché una cosa è discutere seriamente di equità fiscale, di grandi patrimoni, di evasione, di elusione e di distribuzione del carico tributario. Altra cosa è prendere una ricostruzione statistica, trasformarla in una sentenza morale e poi usarla per giustificare una nuova imposta patrimoniale.

La tesi di partenza è nota: secondo alcune analisi, il sistema fiscale italiano sarebbe progressivo fino a un certo livello di reddito e poi diventerebbe regressivo per le fasce più alte. Detta così sembra semplice, quasi intuitiva. I ricchi pagano meno dei ceti medi. E se pagano meno, allora bisogna colpirli. Fine del ragionamento, applauso in sala, titolo già pronto.

Ma la realtà è un po’ meno comoda dello slogan.

Quella regressività non emerge dalla semplice lettura delle aliquote IRPEF. Non è che il lavoratore dipendente medio paga il 35% e il milionario paga il 20% sullo stesso tipo di reddito. Il ragionamento è molto più complesso: si costruisce una stima ampia del carico fiscale effettivo, includendo forme diverse di reddito, imposte, rendimenti patrimoniali, redditi da capitale, regimi sostitutivi, fiscalità indiretta e, in alcune letture, anche contributi sociali e previdenziali.

Ed è qui che il discorso cambia completamente.

Se dentro il calcolo entrano anche i contributi previdenziali, allora non si sta più parlando soltanto di sistema tributario in senso stretto. La contribuzione INPS non è una normale imposta progressiva ma ha una logica previdenziale, assicurativa, collegata a prestazioni future. Il fatto che esistano massimali contributivi può certamente produrre effetti particolari sull’aliquota effettiva complessiva, ma non si può prendere quel dato e usarlo come prova automatica di una violazione della progressività fiscale.

È un po’ comodo mescolare fiscalità e previdenza quando serve a dimostrare che il sistema è regressivo, e poi tornare a parlare di articolo 53 della Costituzione come se si fosse dimostrato un vizio del sistema tributario. Sono piani diversi che ci fanno capire che il rischio non è solo tecnico: è politico.

C’è poi un altro punto ancora più importante perché queste analisi lavorano su medie, stime, distribuzioni statistiche. Non fotografano necessariamente il contribuente reale. Costruiscono fasce: il top 10%, il top 5%, il top 1%, il top 0,1% ma dentro queste categorie, però, finiscono soggetti completamente diversi tra loro.

Un dirigente con reddito alto da lavoro dipendente non è uguale a un imprenditore con patrimonio aziendale. Un professionista non è uguale a un erede. Un proprietario immobiliare con poca liquidità non è uguale a un investitore finanziario. Un soggetto con patrimonio elevato ma reddito disponibile limitato non è uguale a chi incassa ogni anno rendimenti liquidi consistenti. Eppure, la comunicazione politica tende a comprimere tutto dentro una parola sola: ricchi.

Il vizio logico è proprio questo: trasformare una media statistica in una colpa fiscale individuale. Si costruisce un contribuente teorico dentro un modello, gli si attribuisce una regressività media, e poi si presenta il conto a contribuenti reali, che possono avere situazioni fiscali completamente diverse.

Non solo. Una parte rilevante di queste ricostruzioni si basa su dati che hanno come perno statistico anni ormai lontani, in particolare il 2015. Ma una fotografia fiscale scattata dieci anni fa non può diventare automaticamente la diagnosi definitiva dell’Italia di oggi. Da allora sono cambiati regimi fiscali, aliquote, detrazioni, bonus, inflazione, valori patrimoniali, rendimenti finanziari, mercato immobiliare, lavoro autonomo, imposte sostitutive e percezione stessa del reddito medio.

Anche il richiamo alla Costituzione merita più prudenza. L’articolo 53 non impone il culto dell’aliquota sempre crescente. Non dice che l’aliquota di ogni imposta debba essere progressiva, né che ogni prelievo debba salire all’infinito. Dice che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

La progressività costituzionale riguarda il sistema, non l’ossessione per l’aliquota dell’impossibile. Riguarda il dovuto complessivo, non la pretesa che ogni singola voce fiscale sia costruita come una scala infinita verso l’alto. Persino un sistema con aliquote nominalmente non perfettamente crescenti, o tecnicamente regressive in alcune parti, può mantenere una sua progressività se il carico complessivo cresce in relazione alla capacità contributiva.

Il salto logico è evidente: la Costituzione chiede la progressività del sistema tributario, non l’accelerazione infinita del prelievo. Se al crescere dell’imponibile cresce anche il dovuto, il principio resta rispettato nella sua sostanza. Qui invece si prova a sostenere che non basti pagare di più quando si ha di più: bisognerebbe pagare sempre di più, a un ritmo sempre più elevato. È la stessa logica che porta a tassare più volte la stessa ricchezza: prima quando viene prodotta, poi quando viene risparmiata, poi quando viene investita, poi quando viene posseduta. Prima di presentarla come grande teoria fiscale, forse certi geni dovrebbero tornare almeno sui banchi di un liceo scientifico o di un ITIS e ripassare il programma base di analisi matematica.

Dobbiamo finirla di spacciare come ingiusto, o addirittura costituzionalmente sospetto, un sistema che già oggi sovratassa chi ha redditi medi e medio-alti dichiarati. In Italia il contribuente medio-alto non è un privilegiato fiscale. Spesso è il bancomat permanente del sistema: troppo “ricco” per essere aiutato, troppo normale per potersi difendere, troppo visibile per sfuggire al prelievo.

Se il patrimonio è liquidità, deriva normalmente da redditi, utili, compensi, dividendi o plusvalenze che hanno già subito imposizione. Se è patrimonio immobiliare, è stato acquistato con redditi già tassati e continua a essere colpito ogni anno da imposte come l’IMU. Se è una partecipazione societaria, un bene produttivo, una quota aziendale, un immobile non facilmente vendibile, allora si tassa un valore teorico, non necessariamente una disponibilità liquida.

La patrimoniale viene raccontata come una tassa sui grandi patrimoni, ma rischia di diventare una tassa sulla memoria fiscale del contribuente: ciò che ha prodotto, risparmiato, investito e mantenuto dopo avere già pagato. È facile dire “tassiamo i patrimoni” come se fossero sempre mucchi di monete ferme in una stanza; molto più difficile è ammettere che spesso si tratta di case, capannoni, quote d’impresa, terreni, investimenti illiquidi o risparmi accumulati dopo anni di lavoro. Ma il vantaggio comunicativo è enorme: basta chiamarlo “ricco”, trasformarlo in un nemico e mobilitare la tifoseria, senza chiedersi chi sia davvero, come abbia costruito quel patrimonio e se produca reddito, lavoro o impresa. Ed è qui che il discorso fiscale diventa discorso politico.

La sinistra che propone queste misure, da Fratoianni ad Alleanza Verdi e Sinistra fino al mondo che ruota attorno alle campagne per tassare i grandi patrimoni, non si limita a chiedere più gettito. Costruisce una narrazione: da una parte il popolo, dall’altra i ricchi; da una parte la giustizia sociale, dall’altra l’accumulo; da una parte chi soffre, dall’altra chi dovrebbe finalmente pagare.

È una narrazione comoda, perché sposta l’attenzione dal problema vero. La povertà non si supera indicando un nemico fiscale. La povertà si supera creando condizioni perché le persone possano uscirne davvero: lavoro, impresa, formazione, mobilità sociale, investimenti, produttività, crescita dei salari, possibilità reale di migliorare la propria condizione.

Invece si preferisce spesso un’altra strada: amministrare la povertà. Tenerla sotto controllo e sedarla con bonus, sussidi, trasferimenti, promesse, ristori, calmieri. Strumenti che diventano pericolosi quando si sostituiscono ad una politica di crescita.

È la politica che non cura la malattia: la tiene leggermente calmierata. Non somministra la cura, ma un antibiotico a vita. Abbastanza per non far peggiorare troppo il paziente, non abbastanza per guarirlo cioè una gestione permanente del sintomo.

Questa è la grande contraddizione di una certa sinistra: dice di difendere il ceto popolare, ma troppo spesso sembra preferirlo fermo, assistito, arrabbiato e riconoscente. Perché un cittadino che cresce, lavora, risparmia e migliora la propria condizione diventa più libero e quindi ha meno bisogno di chi vive politicamente promettendogli protezione.

Il paradosso è che certe lezioni arrivano spesso da chi, grazie a stipendi pubblici generosi e a una posizione politica protetta, senza aver mai lavorato nel mondo reale che conosciamo tutti, può permettersi di spiegare agli altri come dovrebbero essere redistribuiti il lavoro, il rischio, il risparmio e il sacrificio prodotti da altri. Parlano di giustizia sociale, ma difendono con grande abilità la propria rendita dentro il sistema e parlano di ricchezza da colpire, ma non sanno come produrla.

Per questo la patrimoniale non va giudicata solo come una tassa. Va giudicata come idea di società.

Una società in cui il problema non è far salire chi è rimasto indietro, ma convincerlo che la giustizia consista nel tirare giù chi è riuscito ad andare avanti. Una società in cui la ricchezza non è qualcosa da creare, ma qualcosa da sospettare e in cui il miglioramento individuale viene guardato con diffidenza, perché rompe lo schema della dipendenza politica.

Si può discutere di equità fiscale, di grandi ricchezze, di come rendere il sistema più giusto. Ma non si può prendere una ricostruzione statistica, del 2015 e costruita su medie aggregate, e trasformarla in una condanna morale contro contribuenti reali. Non si può confondere previdenza e fiscalità e usare l’articolo 53 come una clava ideologica. E soprattutto non si può continuare a raccontare che la soluzione alla povertà sia colpire chi ha qualcosa in più. Perché la vera giustizia sociale non è abbassare chi è salito: è permettere a chi è rimasto indietro di salire davvero.

Fonti e approfondimenti

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