Il Nord: simboli che restano, progetti che transitano

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di Matteo Rigamonti

L’ultimo giorno dell’anno è uno di quei giorni in cui, almeno per qualche ora, si prova a essere migliori. Non perché lo siamo davvero, ma perché il calendario ci mette davanti una scadenza simbolica e noi italiani adoriamo le scadenze simboliche: quelle vere, invece, le rinviamo a domani. Il 31 dicembre è così: si fa il bilancio, si tirano le somme, si guardano i danni, si fanno promesse a basso costo. E tra i vari desideri che uno potrebbe scrivere in una lettera ideale al 2026 (meno tasse, più lavoro, meno burocrazia, meno prediche, più realtà) ce n’è uno che riguarda la politica e che, dalle nostre parti, ha un sapore particolare: un po’ di chiarezza.

Perché se c’è una cosa che nel 2025 non è migliorata, anzi si è aggravata, è la frammentazione dell’elettorato, soprattutto in quell’area che un tempo veniva chiamata “nordista”, “autonomista”, “federalista” o, più semplicemente, anticentralista. Un tempo esisteva una casa politica unica, con mille stanze, ma almeno era una unica casa. Oggi, invece, sembra di vivere in un condominio dove ogni pianerottolo ha una sigla diversa appesa alla porta. E il cittadino che vuole capire cosa sta succedendo finisce spesso per fare come davanti alla bolletta del gas: legge le prime tre righe, non capisce nulla, e poi decide “a sentimento”.

In questo panorama entrano in scena sigle molto simili tra loro, come PPN e PN, cioè Partito Popolare del Nord e Patto per il Nord. Due progetti che parlano allo stesso elettorato, che usano termini simili, che si muovono nell’immaginario del Nord come terra da difendere, valorizzare, autonomizzare. Eppure, se uno si prende la briga di leggere gli statuti (cosa che ormai fanno solo i notai, i giornalisti ossessivi e qualche cittadino Albo Pretorio online-addicted) ci si accorge che non sono affatto la stessa cosa. E soprattutto che la differenza non è solo ideologica: è strutturale, quasi filosofica.

Il PPN, secondo quanto risulta nel suo statuto pubblicato, si presenta come partito politico nel senso classico del termine: richiama l’articolo 49 della Costituzione, definisce organi, procedure, ruoli, bilanci, disciplina interna, e soprattutto stabilisce regole precise su cosa significhi “essere iscritti”. È una scelta che implica adesione, e implica anche esclusività. Lo statuto dice in modo esplicito che non è ammessa l’iscrizione al partito per chi è già aderente ad altri partiti o movimenti politici. Quindi, in teoria, se uno ha la tessera di un altro partito e decide di iscriversi al PPN, entra in una zona di incompatibilità.

Diverso è il caso del Patto per il Nord, che già dal nome ha un sapore diverso: non “partito”, ma “patto”. E soprattutto non nasce come partito nel senso dichiarato del termine, ma come associazione. Ora, capiamoci: in Italia è pieno di soggetti che fanno politica sotto forma di associazione. Il punto è che questo tipo di impostazione consente più elasticità e, inevitabilmente, una zona grigia più ampia. In altre parole, il PN sembra poter convivere con il concetto di doppia appartenenza, o almeno non sembra dichiararla incompatibile in modo immediato e diretto. E quando in politica lasci una porta socchiusa, non puoi stupirti se qualcuno ci passa dentro con due borse in mano.

Questo dettaglio apparentemente tecnico genera una domanda enorme: PN vuole essere un partito identitario o una piattaforma confederale? Un partito identitario è una scelta di campo. Una piattaforma confederale è un luogo di passaggio, un contenitore, un “mettiamoci insieme” che può essere utile per aggregare ma che spesso, nel tempo, diventa una sala d’attesa. E quando l’elettore sente odore di sala d’attesa, comincia a guardare l’orologio e poi se ne va.

C’è un altro elemento, che oggi pesa tantissimo: la questione della registrazione e della trasparenza. In un’epoca in cui i partiti non possono più essere “scatole nere” come una volta, oggi esiste un Registro dei partiti politici, con obblighi di pubblicità e rendicontazione. Un soggetto che si definisce partito e si muove in quella direzione accetta di stare dentro quel perimetro, con tutte le noie del caso. Un’associazione che fa politica, invece, può restare più leggera, più fluida, più difficile da incasellare. Non significa necessariamente voler “evitare” qualcosa, ma produce un effetto chiaro: il confine diventa grigio.

Ma perché siamo arrivati a questo punto, a questa proliferazione di sigle, micro-leader, comitati, federazioni, patto, contro-patto, nord del nord e nord del nord del nord? La risposta non è solo politica, è anche storica. Perché la questione dei finanziamenti ai partiti in Italia ha creato un trauma enorme, e come tutti i traumi, produce conseguenze anche quando nessuno le collega più alla causa originaria.

Il finanziamento pubblico ai partiti nasce nel 1974 con un’idea che, per quanto discutibile, era razionale: se vuoi ridurre la corruzione, devi evitare che la politica viva solo di soldi privati e di relazioni opache. Meglio finanziamenti pubblici controllati, che finanziamenti nascosti. Poi però arriva la stagione dell’anticasta, della politica vista come malattia, del “tagliamo tutto e così guariremo”. E si arriva al punto in cui il finanziamento pubblico diventa il simbolo del male assoluto. Si promette che eliminandolo si eliminerà la corruzione. Peccato che la politica senza soldi non esista. Se togli il finanziamento pubblico non togli il bisogno, togli solo la parte trasparente. E quando togli trasparenza, non ottieni purezza: ottieni mercato nero.

Dentro questo contesto si inserisce il famoso caso Lega Nord e la vicenda dei “49 milioni”, che nel Nord è stato vissuto da molti non solo come vicenda giudiziaria, ma come un colpo politico. Qui bisogna stare attenti e usare il condizionale, perché le sentenze non si commentano con lo stomaco. Però una riflessione razionale si può fare: il punto che molti hanno percepito come ingiusto non è tanto l’idea che chi sbaglia paghi, quanto la sproporzione dell’effetto pratico. In un sistema normale, se tu non riesci a rendicontare una parte di spesa, restituisci quella parte. Non tutto. Facciamo un esempio volutamente semplice, per capirci senza fare filosofia. Immaginiamo che tu sia il presidente di una ONLUS e nel 2012 tu abbia percepito una somma complessiva annuale tra indennità e rimborsi per svolgere il tuo ruolo, ad esempio di 49.000 euro. Se a distanza di anni non riesci a produrre le pezze giustificative per 1.000 euro tra scontrini, trasferte, rimborsi chilometrici, secondo un principio di proporzionalità dovresti essere chiamato a restituire l’intera somma annuale o solo ciò che non è giustificato? Perché se restituisci tutto, la conseguenza non è solo una sanzione: è una condanna economica che ti schiaccia. Un individuo finisce sotto un ponte, un’organizzazione politica rischia di essere immobilizzata, congelata, svuotata. E quando una struttura politica perde ossigeno, succede quello che succede sempre: nascono frammenti, nascono piattaforme, nascono contenitori, nascono “patteggiamenti” politici, nascono soggetti di transizione.

E qui va detto anche un punto che spesso viene taciuto per comodità ideologica: che piaccia o no, oggi l’unico soggetto politico che abbia ancora una struttura capillare nel Nord (sezioni, amministratori, presenza nei territori, capacità di mobilitazione) resta la Lega.
Può essersi trasformata: ma resta, nei fatti, l’unica macchina politica che non sia solo un logo, un dominio internet o una chat Telegram. E questo spiega anche perché molti tentativi “nuovi” finiscono per nascere contro la Lega pensando di colmare un vuoto.

E forse non è un caso che molti di questi soggetti scelgano forme leggere, associative, confederali: strutture che non impongono una scelta totale, ma consentono un’appartenenza “mobile”.
E quando l’appartenenza diventa mobile, inevitabilmente entra in scena una parola che nel 2025 è ovunque: transizione. Nel 2025 la transizione è diventata un valore culturale. Tutto deve essere fluido, tutto deve essere in divenire, tutto deve stare nel mezzo. È la grande epoca della forma intermedia. E in questa cultura, restare nel mezzo non è più visto come indecisione, ma come strategia: stare nel mezzo può consentire, almeno teoricamente, di prendere il meglio di due mondi. Chi sta in transizione può ottenere “il massimo della bellezza e il massimo della potenza”. (Sgarbi docet.)

Per questo, nell’ultimo giorno del 2025, più che fare sarcasmo, vale la pena fare un augurio serio: che il 2026 sia l’anno in cui chi vuole rappresentare davvero il Nord smetta di costruire corridoi e torni a costruire case. Case politiche con regole chiare, identità riconoscibili, responsabilità vere. Perché l’elettore non può passare un altro decennio a scegliere tra simboli quasi uguali e progetti quasi sovrapposti, dentro un labirinto dove, alla fine, ci si perde.

Buon 2026. E che sia almeno un anno di chiarezza.

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