di Alberto Deambrogio
Alberto Deambrogio: Hai spesso analizzato come la finanza contemporanea non
sia più solo un supporto all’economia reale, ma un meccanismo di estrazione di
valore dalla vita stessa. In che modo le recenti manovre di consolidamento tra
colossi bancari e assicurativi italiani (come il caso Unicredit-Banco BPM)
rappresentano una nuova forma di “psichedelia finanziaria” atta a blindare i
rapporti di potere politico-economico anziché migliorare l’efficienza dei servizi per i
cittadini?
Andrea Fumagalli: A partire dalla liberalizzazione dei movimenti internazionali di
capitale (fine anni ’80 del secolo scorso), si è assistito al più poderoso processo di
concentrazione primi dei mercati finanziari e poi di quelli creditizi che la storia del
capitalismo ricordi. Nel periodo 1990-2007 (anno della più grande crisi finanziaria
internazionale), l’attività speculativa sui mercati finanziari (azioni, obbligazioni, titoli
pubblici, derivati, ecc.) è diventata sempre più controllata da un numero limitato di
grandi corporation finanziarie sovranazionali: non più di una dozzina (metà delle
quali con sede negli Usa: Meryl Linch, Goldman Sachs, Citigroup Inc, Wells Fargo,
ecc.) e metà con sede in Europa e Asia : HSBC, Deutsche Bank, BNP-Paribas, Credit
Agricole, Mitsubishi Bank, ecc.). Secondo i dati degli organismi di controllo della
Federal Reserve Usa, prima della crisi del 2007, quattro società finanziarie USA
controllavano oltre il 95% dei derivati scambiati sul solo mercato statunitense.
Parliamo di controllo e non di proprietà, perché ciò che conta nei mercati finanziari
sono i gestori dei titoli finanziari, i cui legittimi proprietari spesso non sanno
neanche come vengono utilizzati, perché sono i gestori, sempre più concentrati, a
definire le convenzioni speculative dominanti.
Dopo la crisi del 2007, le attività speculative tendono a diversificarsi e diventano
sempre più importanti i gestori dei fondi speculativi (come Vanguard e Blackrock)
che favoriscono il processo di finanziarizzazione delle grandi imprese dei servizi
avanzati e delle industrie dell’apparato militare-industriale-comunicativo e dei big-
data. Ciò porta a un nuovo processo di concentrazione che inizialmente riguarda più
il mercato finanziario che quello creditizio.
Di fronte a queste dinamiche, la situazione creditizio-finanziaria dell’Italia è risibile e
marginale. Il sistema bancario italiano è stato sempre fondato sul localismo,
sull’assistenza dello Stato, di stampo corporativo, innervato da politiche clientelari.
Tale situazione di arretratezza ha fatto sì che l’impatto della crisi finanziaria del 2007
sia stato limitato. Se ci sono stati fallimenti (Banca Etruria, Antonveneta, ecc.) ciò è
dipeso più da mala gestione interna. Tuttavia, la crisi non ha inciso sulla dinamica dei
profitti e dei dividendi, trainati anche dalle operazioni buyback che sono state
ampiamente utilizzate per alzare fittiziamente i valori di borsa e lucrare elevate
plusvalenze. Tale redditività è poi aumentata grazie alla politica monetaria di rialzo
dei tassi d’interessi attuata dalla BCE. Le due banche italiane maggiormente
internazionalizzate (Unicredit e Banca Intesa San Paolo) hanno avuto così a
disposizione ingenti somme liquide. Unicredit in particolare ne ha approfittato per
intraprendere una politica di espansione tramite fusioni e acquisizione, come le
operazioni Commerzbank e Bpm evidenziano. Contemporaneamente, è in atto una
ridefinizione degli assetti proprietari bancari, ma su scala solo nazionale, tramite le
operazioni MPS, Generali e Mediobanca. Con ritardo e fatica, il sistema bancario
italiano sta seguendo il processo di concentrazione in atto, senza tuttavia che ciò
comporti un miglioramento dei servizi bancari, che in Italia risultano tra i più
inefficienti e costosi per le imprese e le famiglie.
A.D.: Con la digitalizzazione spinta e l’integrazione del Fintech, chi lavora nel
settore creditizio vive una trasformazione radicale della propria professionalità. Se
il valore oggi si produce attraverso la “messa a profitto della vita”, come cambia il
potere contrattuale dei lavoratori bancari di fronte a una riorganizzazione che
sembra voler sostituire la relazione umana con l’algoritmo?
A.F.: Il lavoro bancario è in una fase di profonda trasformazione. Il numero degli
sportelli si riduce drasticamente in seguito alla digitalizzazione e
all’informatizzazione dei sevizi bancari. La riduzione dei dipendenti avviene con il
blocco del turn-over e la crescente assunzione di giovani precari e tramite cessione
di rami operativi, soprattutto per quanto riguarda la consulenza finanziaria.
Ciononostante, il recente rinnovo contrattuale ha consentito una tenuta più che
soddisfacente del salario reale a fronte di un elevato tasso di inflazione con aumenti
intorno ai 400 euro mensili lordi. Un risultato a far invidia alla stragrande
maggioranza dei salariat* italiani. In futuro, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale può
ulteriormente accelerare il processo di riduzione della manodopera in banca nonché
degli sportelli. Le strategie di fusioni che abbiamo visto nella risposta precedente
vanno anche in questa direzione.
Tutto ciò avviene in un contesto più generale di finanziarizzazione della vita e della
società imposta dall’alto. Oramai quasi tutta la gestione del welfare, dalla sanità
all’istruzione alla previdenza è soggetta a processi finanziarizzazione più o meno
indotta, che fa sì che i mercati finanziari oggi rappresentino il vero motore
dell’accumulazione capitalistica, dalla fase del finanziamento dello sfruttamento,
alla gestione selettiva dei servizi sociali sino a entrare a gamba tesa nei processi di
redistribuzione del reddito. Come già avviene fuori dall’Italia, le banche tendono a
diventare un grande hub di raccolta dati, che tramite la funzione di business
intelligenze possono generare quel network value che oggi è al centro della
redditività delle piattaforme digitali.
A.D.: Mentre i grandi gruppi si fondono, i territori perdono sportelli e le “persone
normali” sono spinte verso una gestione dei risparmi sempre più automatizzata e
orientata ai prodotti assicurativi. Questa “bancarizzazione forzata” della vita
quotidiana non rischia di diventare una forma di controllo sociale (o biopotere) che
punisce chi non è “digitalmente abile” o non ha capitali significativi, aumentando il
divario tra chi accede al credito e chi ne resta escluso?
A.F.: Il capitalismo contemporaneo, bio-cognitivo e finanziarizzato, si fonda su tre
assi principali: finanziarizzazione, internazionalizzazione produttiva, e valorizzazione
della vita e della riproduzione sociale. Questi tre assi sono fra loro interdipendenti e
si declinano lungo tre tendenze: commodification, privatisation, corporatisation.
Per commodification (mercificazione) intendiamo la riduzione a merce non solo di
tutto ciò che l’essere umano è in grado di produrre, ma anche di qualcosa di più.
Per privatisation (privatizzazione) si intende, invece, la modalità principale che
consente la trasformazione in valore di scambio della vita umana, nonché il principio
di governance giuridico-politica che ne consente l’espropriazione (ad esempio
tramite i diritti di proprietà intellettuale).
Il termine corporatisation, infine, vuole indicare non solo il principale agente che
oggi domina questi processi di mercificazione e di privatizzazione (la corporation o la
grande impresa manageriale) ma soprattutto la filosofia dell’agire economico oggi
dominante. La logica della corporation infatti permea le strategie manageriali anche
di tipologie diverse di imprese, anche quelle che mantengono una forma
proprietaria pubblica e/o statale.
Il processo di corporatisation è indissolubilmente legato al processo di
finanziarizzazione, che oggi sempre più è il luogo (reale e virtuale) della
valorizzazione capitalistica. Il “divenire rendita del profitto” rappresenta il modo con
cui si cerca di estrarre il valore creato dalla cooperazione sociale del lavoro e della
vita umana. La quotazione in borsa delle corporation è infatti indice della
produttività sociale generata dalle catene logistiche di subfornitura della produzione
e del capitale intangibile che le gestisce. È indicativo che le cinque corporation oggi
ai vertici della capitalizzazione di borsa (Google, Apple, Facebook, Amazon and
Microsoft – nell’acronimo GAFAM, con un valore complessivo che si avvicina ai 5
trilioni di dollari) rappresentino l’esisto di un processo di concentrazione nei settori
che oggi costituiscono il capitalismo delle piattaforme.
In tale contesto di vita messa direttamente a valore si ampliano le divisioni sociali:
alla tradizionale divisione del lavoro di natura smithiana si aggiunge una divisione
cognitiva del lavoro e della vita (sulla base delle possibilità di accesso ai mezzi
informativi e alle competenze maturate) e una divisione spaziale. Gli effetti sulla
distribuzione del reddito sono sempre più ineguali e distorsivi con l’effetto di
aumentare il grado di instabilità strutturale del sistema economico nel suo
complesso.
** Economista, Università di Pavia








