di Danilo Narduzzi
Ippolito Nievo scriveva che il Friuli è un piccolo compendio dell’universo. Può sembrare ardito come
pensiero, considerando quanto sia piccola questa regione. Ma a guardarlo da vicino, forse questo luogo è
davvero magico e originale. Basti dire che in un futuro distopico, dove la Germania nazista di Hitler avesse
vinto la guerra, oggi la parte montuosa più a nord della regione, la Carnia, sarebbe chiamata Kosakenland:
la terra dei cosacchi. Sì, perché verso la fine del conflitto, con le armate tedesche in ritirata dal fronte russo, in Friuli e soprattutto in Carnia (ma anche nel Friuli collinare e nel Cividalese) arrivarono quarantamila cosacchi del Don e del Kuban, georgiani, ceceni, circassi, caucasici e altre etnie della galassia dell’est che avevano combattuto a fianco dei tedeschi contro i sovietici…
Hitler aveva promesso loro che, una volta sconfitto il regime sovietico, con l’avvento della vittoria finale, la
loro fedeltà sarebbe stata premiata. Sarebbero per sempre rimasti in Italia, in Carnia, Friuli e il nome di quel luogo sarebbe diventato Kosakenland in nord Italien.
I tedeschi erano impegnati al fronte e toccava quindi ai cosacchi nel 1944-45 fare la guerra ai “banditen”
sulle montagne. Con i loro inseparabili cavalli, che cavalcavano spesso senza sella, scorrazzavano avanti
indietro dando la caccia ai partigiani. Molti occupavano le case dei paesini di montagna, scacciando quella povera gente, mentre in altri casi la convivenza forzata trovava un suo equilibrio e le famiglie dei cosacchivivevano in pace insieme a quelle italiane.

Come sempre la differenza la facevano le persone. Ci furono episodi di cruda violenza, dove neppure le nonne e le bambine furono risparmiate e altri casi invece, dove questi terribili giganti a cavallo si comportarono con umanità e rispetto. Una donna anziana in una intervista di qualche anno fa raccontava che all’età di sei anni vide arrivare uno di quei “mongoi” a cavallo
(come li chiamava la gente per i loro tratti asiatici) e gli fece, per l’incoscienza dell’età e per la fame, il gesto con la mano di “dammi dei soldi”. Il bestione squadrò la bambina con severità e poi sceso da cavallo le diede cinquanta lire (una cifra enorme) che permise di sfamare tutta la famiglia della piccola. La bambina era diventata ormai vecchia ma non dimenticò mai la sua faccia squadrata dagli occhi a mandorla.
Quando però la guerra finì, per i cosacchi del Friuli non ci fu una nuova terra promessa: furono consegnati
tutti ai sovietici di Stalin. Ben 23.000 tra uomini, donne e bambini furono fucilati come traditori dell’Unione Sovietica e i pochi rimasti furono internati nei gulag siberiani.
Oggi i cosacchi tornano ancora in Friuli, al festival del folklore di Aviano e Tarcento, e la gente quasi ogni
anno corre a vedere i loro balli, i canti e i costumi colorati; ma per i vecchi il ricordo torna ai racconti di quel tempo in cui quel popolo fiero, nomade e feroce, faceva tremare le valli della Carnia e del Friuli.








