L’OMBRA DI HASHIM THAÇI: QUANDO L’OCCIDENTE HA SCELTO IL PROPRIO “DEMOCRATICO” GUERRIERO

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di Alberto Deambrogio 

Mentre le aule del tribunale speciale de L’Aja si riempiono della solita, asettica burocrazia internazionale, l’ombra di Hashim Thaçi torna a proiettarsi sui Balcani, portando con sé l’odore acre di un passato mai davvero sepolto. 

L’ex presidente kosovaro, il “George Washington” di Pristina, siede oggi sul banco degli imputati non come l’eroe che la propaganda occidentale ha dipinto per due decenni, ma come il presunto architetto di un sistema di orrori che la realpolitik della NATO ha preferito ignorare finché è stato comodo farlo.

Il processo iniziato contro Thaçi e i suoi sodali dell’UÇK (Esercito di Liberazione del Kosovo) non è solo il giudizio su un uomo, ma la messa in stato d’accusa di un’intera stagione di ipocrisia atlantista. Le accuse sono pesantissime: omicidi, sparizioni forzate, persecuzioni e torture commesse tra il 1998 e il 1999. Si parla di centri di detenzione illegali dove “nemici” – serbi, ma anche oppositori politici albanesi – venivano eliminati senza pietà per garantire il controllo assoluto del territorio. 

Eppure, all’epoca, Thaçi era il volto presentabile della rivolta, l’interlocutore prediletto di Madeleine Albright e dei comandi NATO.

In quegli anni, l’Occidente ha operato una scelta manichea, dividendo il mondo in “buoni” assoluti e “cattivi” necessari. Per colpire Milosevic, si è deciso di chiudere entrambi gli occhi sulle metodologie di quella che oggi viene descritta come un’impresa criminale congiunta. La NATO, con i suoi bombardamenti “umanitari”, non ha solo protetto una popolazione civile, ma ha fornito copertura aerea a un’organizzazione che i suoi stessi servizi segreti, in rapporti rimasti chiusi nei cassetti per anni, definivano legata al crimine organizzato e responsabile di atrocità.

Il ruolo di Thaçi, noto con il nome di battaglia “Serpente”, è emblematico. Mentre la diplomazia internazionale lo elevava a statista, i sospetti sul traffico di organi, sulle esecuzioni sommarie e sulla pulizia etnica post-bellica ai danni delle minoranze non-albanesi venivano liquidati come propaganda serba. Solo il coraggioso rapporto di Dick Marty per il Consiglio d’Europa ha scoperchiato questo vaso di Pandora, costringendo una comunità internazionale riluttante a istituire una corte che oggi, con un ritardo colpevole di vent’anni, cerca di fare giustizia.

Ma quale giustizia può esserci quando i testimoni chiave scompaiono o subiscono intimidazioni sistematiche? Il processo a Thaçi mette a nudo la fragilità di una narrazione imposta a suon di bombe. Criticare Thaçi oggi significa anche criticare la miopia di un Occidente che, nel nome della stabilità, ha appaltato il futuro di un popolo a leader di guerra con le mani sporche di sangue. Abbiamo costruito un’indipendenza su fondamenta di impunità, credendo che il fine giustificasse i mezzi.

Oggi che la Procura ha chiesto 45 anni di carcere per l’ex presidente, il castello di carte inizia a cedere. Thaçi si difende parlando di una “storia riscritta”, ma la verità è che la storia non viene riscritta: viene finalmente letta per intero, senza i filtri della propaganda NATO. Questo processo è il fallimento di un’era di interventismo cieco, dove si è preferito trasformare dei guerriglieri in ministri pur di non ammettere che, nella foga di abbattere un dittatore a Belgrado, si stavano foraggiando i crimini di domani.

L’Aja non sta giudicando solo Hashim Thaçi. Sta mettendo alla sbarra la nostra presunta superiorità morale, quella che ci ha permesso di scambiare un “Serpente” per una colomba, pur di vincere una guerra geopolitica sulla pelle degli innocenti.

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