Mercosur, la vera partita non è nei numeri: è nella filiera

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di Matteo Rigamonti

Da settimane, sull’accordo UE–Mercosur, si alza il tono. C’è chi parla di invasione, chi di fine dell’agricoltura europea, chi lo liquida come un dettaglio tecnico inevitabile. La verità, come spesso accade, sta in mezzo. Ma non nel modo rassicurante in cui “stare in mezzo” viene di solito raccontato. Perché l’accordo, numeri alla mano, non sposta davvero l’equilibrio dei mercati europei in termini di quantità. Lo sposta in un altro modo: diventa uno strumento di pressione lungo la filiera, e a pagarne il prezzo rischia di essere chi produce.

Partiamo dalla carne, perché è il settore che più accende lo scontro. L’accordo introduce un canale specifico per carne bovina “generica” proveniente dai Paesi Mercosur: una quota massima pari a 99.000 tonnellate annue, con dazio agevolato al 7,5%. Oltre quella soglia, si torna ai dazi pieni già esistenti oggi. Va ricordato che il mercato europeo non parte da zero: esistono già quote di importazione regolata, come la quota Hilton per alcune carni selezionate. Il Mercosur aggiunge semplicemente un’altra finestra, con regole diverse. Non è una liberalizzazione totale, dunque, ma una finestra numericamente limitata, che offre un ingresso più “comodo” in Europa. E quanto pesa davvero questa quota? In volume, circa l’1,5% del mercato bovino europeo. In valore, siamo nello stesso ordine di grandezza: 1,5–1,6% del valore complessivo del mercato UE, includendo già il dazio del 7,5%. Questo è il primo punto che va detto senza infingimenti: in termini strutturali non è un terremoto. È una quota piccola, gestibile, quasi un rumore statistico, se distribuita correttamente.

Passiamo a frutta e verdura: qui non c’è una quota in tonnellate, ma il taglio dei dazi. L’UE importa già dal Mercosur circa 760.000 tonnellate di ortofrutta per 984 milioni di euro l’anno: l’accordo non crea il flusso, lo rende solo più competitivo. Se su quei valori oggi gravano dazi medi 5–10%, l’azzeramento libera uno “sconto” nell’ordine di 50–100 milioni annui, che però su un mercato ortofrutta UE da circa 68 miliardi vale meno dell’uno per mille. Non è invasione: è una piccola differenza di prezzo che può diventare leva, soprattutto su prodotti deperibili e stagionali.

Se allarghiamo lo sguardo, molte altre concessioni citate ruotano intorno a percentuali simili: pollame, zucchero, alcuni cereali, altri prodotti agricoli “sensibili”. Nella maggior parte dei casi siamo ancora in ordini di grandezza piccoli, molto lontani dall’idea di un travolgimento del mercato europeo.

Anche sul mercato del latte, a ben vedere, il Mercosur non racconta la favola dell’invasione ma la realtà dei numeri. Qui la partita non è tanto quella dell’import che “ci travolge”, quanto quella dell’export europeo che oggi viene frenato da dazi elevati e che con l’accordo avrebbe corsie dedicate su alcune categorie (formaggi, latte in polvere, prodotti per l’infanzia). Se si quantifica il vantaggio sulla sola riduzione dei dazi applicata alle quote previste, si arriva a un ordine di grandezza attorno ai 46 milioni di euro l’anno. Una cifra reale, certo, ma quasi invisibile se confrontata con la dimensione del settore lattiero europeo: l’UE produce circa 160,8 milioni di tonnellate di latte all’anno e già solo “alla stalla” quel comparto vale nell’ordine di 75–80 miliardi. Tradotto in percentuale, quei 46 milioni pesano circa lo 0,06%: non è una rivoluzione che sposta gli equilibri, è una leva commerciale marginale.

Ma ci sono due eccezioni che meritano un discorso separato, perché qui i numeri cambiano scala e diventa scorretto metterle nello stesso ragionamento. La prima è il miele: la quota prevista può valere circa il 10% del consumo europeo. È un prodotto perfetto per l’importazione, perché non deperisce, si stocca facilmente, si spedisce senza problemi: in questo caso la concorrenza può diventare strutturale. La seconda è il bioetanolo: qui la quota agevolata arriva a pesare circa il 12% della produzione europea. Parliamo di una commodity industriale logisticamente semplice, dove la distanza conta pochissimo. In questi due casi la percentuale non è più un dettaglio: è abbastanza grande per riscrivere equilibri reali.

A questo punto si capisce il nocciolo della questione. Se le percentuali sono così contenute nella maggior parte dei comparti, perché il clima è da “emergenza”? Perché il rischio non è la quantità in sé: è l’uso di quelle quote come leva contrattuale lungo la filiera. L’Europa non può essere rimpiazzata da un giorno all’altro con carne agevolata o ortofrutta scontata: il grosso continuerà a dover arrivare da dove arriva ora. Ma proprio per questo, quella piccola finestra diventa un’arma: serve a dire “io ho un prezzo alternativo, se vuoi restare nel giro devi allinearti”. In una catena dove la forza contrattuale non è distribuita in modo equilibrato, l’effetto reale rischia di non essere una perdita dell’1,5% del mercato, ma una compressione dei prezzi ben oltre l’impatto numerico, scaricata a monte su chi non può reagire.

E qui bisogna dirlo senza ipocrisie: l’accordo non nasce per “salvare i cittadini” o “proteggere il cibo”. Nasce perché l’Europa industriale ha un interesse enorme. Il Mercosur è un’area che, nel medio periodo, può crescere più dell’Europa in domanda, reddito e investimenti. Il risparmio dazi è l’effetto immediato; il vero premio è l’aumento dei volumi in un mercato in crescita, mentre l’Europa è un mercato maturo. Ed è proprio per questo che diventa intollerabile l’idea di costruire un vantaggio industriale scaricando sulla parte più fragile della filiera un costo che, numeri alla mano, sarebbe in gran parte gestibile

Se la mettiamo sul piano dei numeri, il confronto finale è persino troppo chiaro per prestarsi alla propaganda. Da una parte ci sono i vantaggi dell’Europa che esporta: l’effetto complessivo della riduzione dei dazi e delle barriere commerciali viene stimato nell’ordine di circa 4 miliardi di euro l’anno, concentrati soprattutto dove l’UE e l’Italia hanno forza industriale, cioè macchinari e impianti (circa 1,1 miliardi), chimica e farmaceutica (circa 1 miliardo), tecnologia e beni industriali diffusi (circa 0,8 miliardi), automotive e componentistica (circa 0,5 miliardi), con una quota minore ma ad alto margine legata all’agroalimentare di qualità e ai prodotti certificati. Dall’altra parte ci sono gli svantaggi, che non vanno negati ma misurati: la massa economica delle concessioni agricole che può trasformarsi in leva sulla filiera resta nell’ordine di 1,5–1,6 miliardi l’anno, composta soprattutto da carne bovina (circa 0,70 miliardi), bioetanolo (circa 0,65 miliardi) e miele (circa 0,11 miliardi), con effetti più piccoli ma utili come argomento di pressione latte e ortofrutta.

Il punto, quindi, non è fingere che i rischi non esistano: è capire che, rispetto ai vantaggi complessivi, il vero pericolo non sta nei volumi in sé, ma nell’uso che la filiera farà di quelle percentuali per scaricare a monte un costo che sulla carta sarebbe perfettamente gestibile.

E qui si apre una considerazione che merita di essere detta senza troppi giri di parole. In piazza, oggi, ci vanno gli agricoltori. Li vediamo con i trattori, con le bandiere, con una rabbia che spesso è anche stanchezza accumulata. Ma non si vede lo stesso livello di mobilitazione in altri settori che, sulla carta, avrebbero moltissimo da guadagnare da un accordo del genere. Non si vedono i lavoratori di grandi realtà industriali in crisi, non si vedono i dipendenti di stabilimenti simbolo, non si vedono le filiere manifatturiere che beneficerebbero di un mercato più aperto e di dazi più bassi sulle esportazioni. E non perché quei vantaggi non esistano: esistono eccome, e anzi sono probabilmente il cuore politico dell’accordo. Il punto è che la protesta emerge dove il danno è immediato, percepibile, quotidiano; mentre il vantaggio, quando c’è, resta spesso astratto, distribuito, mediato da contratti, da strategie aziendali, da scelte che non hanno mai la forma di una battaglia “popolare”. Succede una cosa semplice: se ci perdo vado in piazza e protesto, se ci guadagno sto zitto e incasso, quasi che guadagnarci fosse una colpa da nascondere.

Anche le principali associazioni di categoria, in questi giorni, stanno tenendo una linea abbastanza compatta: allarme sì, ma soprattutto richiesta di garanzie. Coldiretti insiste sulla reciprocità delle regole, Confagricoltura e CIA parlano di controlli veri e clausole di salvaguardia. È una posizione comprensibile, perché il rischio non è solo economico: è che una piccola finestra commerciale venga trasformata in una leva di pressione lungo la filiera.

Però proprio qui si misura la differenza tra protesta e governo del problema. Perché le garanzie non devono necessariamente tradursi nel tentativo di affossare l’accordo o di riscriverlo in modo diretto (strada politicamente lenta e tecnicamente complicata) ma possono essere costruite anche “in casa”, rafforzando ciò che già esiste: regole interne che impediscano di scaricare a monte, con scorciatoie e ricatti, un costo che sulla carta sarebbe gestibile.

E la cosa più paradossale è che per limitare l’effetto ricatto non servirebbero nuove invenzioni: basterebbe applicare e rafforzare norme che già esistono.

Il primo pilastro è la disciplina sulle pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare: il D.Lgs. 198/2021, che recepisce la direttiva UE 2019/633, vieta proprio i comportamenti “da leva” di chi compra quando sa di avere più potere contrattuale, dalle modifiche unilaterali alle condizioni fino a pagamenti fuori termine e pressioni che scaricano il rischio sul fornitore. E soprattutto, l’Italia ha anche lo strumento per farla rispettare: l’autorità di contrasto è l’ICQRF, che può intervenire e sanzionare su denuncia.
Il secondo pilastro, ancora più “chirurgico” contro l’effetto ricatto, è l’abuso di dipendenza economica previsto dall’articolo 9 della legge 192/1998: il punto in cui l’ordinamento dice che non puoi sfruttare uno squilibrio di forza per imporre condizioni ingiustificate. Tradotto in chiave Mercosur, se una quota piccola diventa minaccia (“o mi abbassi il prezzo o compro altrove”), non si blocca l’accordo: si colpisce la condotta, rendendo più semplice provare l’abuso e facendo scattare conseguenze rapide.

In altre parole, l’accordo si governa così: lasciando intatti i vincoli internazionali, ma rendendo inapplicabile il ricatto dentro casa nostra. Perché se l’1,5% di quota diventa una scusa per tagliare del 10% il prezzo all’origine, non è globalizzazione: è pratica sleale. E la legge, almeno sulla carta, gli strumenti per chiamarla col suo nome li ha già.

Alla fine, si può essere seri e ammettere che l’accordo ha un senso strategico: il Mercosur è un’area in crescita, l’Europa è un mercato maturo, l’industria europea ha bisogno di spazio esterno e l’Italia può difendere e valorizzare la qualità certificata. Tutto vero. Proprio per questo, però, diventa intollerabile che i costi vengano scaricati con scorciatoie e ricatti su chi produce: la differenza non la fanno le tonnellate, la fa la filiera. Il punto non è fare terrorismo, ma pretendere una cosa semplice: se apri un accordo per far crescere l’export e creare vantaggio industriale, non puoi accettare che quel vantaggio venga costruito comprimendo “a monte” chi non può spostarsi. E qui entra in gioco la politica, che dovrebbe lavorare per far funzionare davvero le tutele già scritte, impedire l’effetto ricatto e garantire che i benefici dell’accordo non diventino, come sempre, un conto presentato ai produttori.

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