Porzus, in un libro di Alessandra Kersevan una nuova lettura di quanto accadde nel febbraio ’45

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di Alberto Deambrogio
Tre domande a Alessandra Kersevan, saggista, autrice di Porzûs 1945 Prove di
Gladio sul confine orientale. L’ultima Inchiesta (Kappavu editrice)

Alberto Deambrogio: Nel sottotitolo lei definisce Porzûs come una ‘prova di
Gladio’. In che modo i documenti analizzati in queste oltre 1000 pagine
trasformano l’episodio da una presunta faida partigiana locale a un’anticipazione
strategica della guerra fredda e delle operazioni di Stay-Behind nel confine
orientale?

Alessandra Kersevan: Dall’ampia documentazione da me analizzata risulta che nei mesi
precedenti la vicenda di Porzûs (7-8/2/1945) il gruppo dirigente della formazione Osoppo
intrattenne concreti rapporti con comandi nazisti e repubblichini, in particolare con la Xa
Mas, con lo scopo di creare un “fronte unico” tra osovani e repubblichini in funzione
antijugoslava e anticomunista. Tale attività occulta avveniva nel quadro di vaste operazioni
di contatti e trattative tra angloamericani e alcuni ambienti nazisti (vedi per esempio
Operazione Sunrise) per la resa anticipata tedesca in Italia. Tali contatti ad alto livello
erano finalizzati a permettere ai nazisti di concentrarsi sul fronte orientale, ritardando
l’avanzata dell’Armata Rossa e consentendo agli anglo americani di arrivare a Berlino
magari prima dei sovietici. Era sostanzialmente l’inizio della guerra “fredda” a guerra
“calda” in corso. I progetti di tregua dell’Osoppo con i tedeschi e i repubblichini in Friuli
avevano le stesse finalità nei confronti dei partigiani jugoslavi, e tendevano a impedire, in
funzione del dopoguerra, il rafforzamento della resistenza garibaldina. Nei giorni
immediatamente precedenti ai fatti di Porzûs il comando di Bolla (Francesco De Gregori)
organizzò un presidio misto, formato da osovani e repubblichini, quale prima formazione di
quel fronte unico, in funzione antislovena e antigaribaldina. I comunisti ne vennero a
conoscenza e operarono per impedirne la realizzazione. Tale presidio fu il prototipo delle
future formazioni gladiatorie. Molti dei comandanti dell’Osoppo fecero poi parte di Gladio in
posizione importante, e alcuni dei protagonisti della complessa vicenda avrebbero avuto u
ruolo nella strategia della tensione degli anni sessanta e settanta

A.D.: Questo volume è presentato come l’ultima inchiesta. Quali sono stati i nodo
archivistici o le testimonianze inedite più difficili da sciogliere che le hanno
permesso di contestare la narrazione processuale classica del 1947-1952, spesso
descritta come il più grande processo antipartigiano del dopoguerra?

A.K.: Mentre è stato abbastanza agevole ricostruire, in base alla documentazione, il pur
complesso contesto generale in cui la vicenda va inquadrata, il nodo principale è stato

capire cosa fosse effettivamente avvenuto nei giorni 7-8 febbraio 1945 nella zona di
Porzûs. Infatti le indagini sulla vicenda in se stessa furono svolte in maniera superficiale,
con il solo scopo di confermare una versione dei fatti già preformata con un depistaggio
iniziato da subito e continuato per tutti gli anni del dopoguerra. La comprensione della
dinamica dei fatti è potuta avvenire con un serrato confronto di testimonianze e documenti
allegati al processo, ma tutti i nodi sono stati sciolti solo quando ho potuto consultare
documentazione anglo-americana e quella italiana dell’Ufficio Zone di Confine. Ne è
emerso uno svolgimento dei fatti completamente diverso da quanto narrato fino ad oggi: i
comandanti osovani stavano in pratica organizzando una sorta di incidente di frontiera
contro i partigiani sloveni, per far passare questi come aggressori, e giustificare la
formazione del fronte unico tra italiani antifascisti e fascisti come puramente difensivo. Ne
sarebbe scaturita una guerra civile all’interno stesso della Resistenza. Il progetto fallì per
una serie di circostanze piuttosto complicata, ma in cui c’entra molto anche il dissidio
sotterraneo tra britannici e americani (espresso nei comportamenti contrastanti delle varie
missioni alleate presenti sul territorio), tra i quali ormai c’era un contrasto di interessi
riguardo al futuro controllo della regione di confine. L’analisi del contrasto tra direttive
palesi e comportamenti occulti dei vari soggetti in campo è stato il problema principale che
mi si è posto, data la “manutenzione del depistaggio” perdurata in tutti questi decenni.

A.D.: Lei analizza come Porzûs sia stato utilizzato per decenni per delegittimare la
resistenza garibaldina e i partigiani sloveni. Dopo questa massiccia operazione di
ricerca, quali ritiene siano gli elementi tossici della memoria pubblica su questo
evento che il suo libro punta a scardinare?

A.K.: Io dimostro che le manovre segrete dei comandanti osovani erano un tradimento
delle direttive dei vertici della Resistenza italiana del nord e anche, ufficialmente, di quelle
del governo Bonomi del Sud. Che c’è stato un continuo contrasto e intreccio tra direttive
palesi unitarie e direttive occulte anticomuniste da parte delle forze moderate all’interno
dell’antifascismo. Che la versione mainstream dei “cattivi comunisti” che hanno
ammazzato altri partigiani patriottici che costituivano un “baluardo” contro l’invadenza
slava è stata una narrazione da guerra psicologia. Che c’è stato un completo ribaltamento
della realtà tramite una continua “manutenzione del depistaggio”, su cui si è basata una
propaganda antipartigiana e anticomunista che ha contribuito molto agli attuali esiti politici,
con gli eredi del fascismo oggi al potere.

Tre domande a Alessandra Kersevan, saggista, autrice di Porzûs 1945 Prove di
Gladio sul confine orientale. L’ultima Inchiesta (Kappavu editrice)
di Alberto Deambrogio

Alberto Deambrogio: Nel sottotitolo lei definisce Porzûs come una ‘prova di
Gladio’. In che modo i documenti analizzati in queste oltre 1000 pagine
trasformano l’episodio da una presunta faida partigiana locale a un’anticipazione
strategica della guerra fredda e delle operazioni di Stay-Behind nel confine
orientale?

Alessandra Kersevan: Dall’ampia documentazione da me analizzata risulta che nei mesi
precedenti la vicenda di Porzûs (7-8/2/1945) il gruppo dirigente della formazione Osoppo
intrattenne concreti rapporti con comandi nazisti e repubblichini, in particolare con la Xa
Mas, con lo scopo di creare un “fronte unico” tra osovani e repubblichini in funzione
antijugoslava e anticomunista. Tale attività occulta avveniva nel quadro di vaste operazioni
di contatti e trattative tra angloamericani e alcuni ambienti nazisti (vedi per esempio
Operazione Sunrise) per la resa anticipata tedesca in Italia. Tali contatti ad alto livello
erano finalizzati a permettere ai nazisti di concentrarsi sul fronte orientale, ritardando
l’avanzata dell’Armata Rossa e consentendo agli anglo americani di arrivare a Berlino
magari prima dei sovietici. Era sostanzialmente l’inizio della guerra “fredda” a guerra
“calda” in corso. I progetti di tregua dell’Osoppo con i tedeschi e i repubblichini in Friuli
avevano le stesse finalità nei confronti dei partigiani jugoslavi, e tendevano a impedire, in
funzione del dopoguerra, il rafforzamento della resistenza garibaldina. Nei giorni
immediatamente precedenti ai fatti di Porzûs il comando di Bolla (Francesco De Gregori)
organizzò un presidio misto, formato da osovani e repubblichini, quale prima formazione di
quel fronte unico, in funzione antislovena e antigaribaldina. I comunisti ne vennero a
conoscenza e operarono per impedirne la realizzazione. Tale presidio fu il prototipo delle
future formazioni gladiatorie. Molti dei comandanti dell’Osoppo fecero poi parte di Gladio in
posizione importante, e alcuni dei protagonisti della complessa vicenda avrebbero avuto u
ruolo nella strategia della tensione degli anni sessanta e settanta

A.D.: Questo volume è presentato come l’ultima inchiesta. Quali sono stati i nodo
archivistici o le testimonianze inedite più difficili da sciogliere che le hanno
permesso di contestare la narrazione processuale classica del 1947-1952, spesso
descritta come il più grande processo antipartigiano del dopoguerra?

A.K.: Mentre è stato abbastanza agevole ricostruire, in base alla documentazione, il pur
complesso contesto generale in cui la vicenda va inquadrata, il nodo principale è stato

capire cosa fosse effettivamente avvenuto nei giorni 7-8 febbraio 1945 nella zona di
Porzûs. Infatti le indagini sulla vicenda in se stessa furono svolte in maniera superficiale,
con il solo scopo di confermare una versione dei fatti già preformata con un depistaggio
iniziato da subito e continuato per tutti gli anni del dopoguerra. La comprensione della
dinamica dei fatti è potuta avvenire con un serrato confronto di testimonianze e documenti
allegati al processo, ma tutti i nodi sono stati sciolti solo quando ho potuto consultare
documentazione anglo-americana e quella italiana dell’Ufficio Zone di Confine. Ne è
emerso uno svolgimento dei fatti completamente diverso da quanto narrato fino ad oggi: i
comandanti osovani stavano in pratica organizzando una sorta di incidente di frontiera
contro i partigiani sloveni, per far passare questi come aggressori, e giustificare la
formazione del fronte unico tra italiani antifascisti e fascisti come puramente difensivo. Ne
sarebbe scaturita una guerra civile all’interno stesso della Resistenza. Il progetto fallì per
una serie di circostanze piuttosto complicata, ma in cui c’entra molto anche il dissidio
sotterraneo tra britannici e americani (espresso nei comportamenti contrastanti delle varie
missioni alleate presenti sul territorio), tra i quali ormai c’era un contrasto di interessi
riguardo al futuro controllo della regione di confine. L’analisi del contrasto tra direttive
palesi e comportamenti occulti dei vari soggetti in campo è stato il problema principale che
mi si è posto, data la “manutenzione del depistaggio” perdurata in tutti questi decenni.

A.D.: Lei analizza come Porzûs sia stato utilizzato per decenni per delegittimare la
resistenza garibaldina e i partigiani sloveni. Dopo questa massiccia operazione di
ricerca, quali ritiene siano gli elementi tossici della memoria pubblica su questo
evento che il suo libro punta a scardinare?

A.K.: Io dimostro che le manovre segrete dei comandanti osovani erano un tradimento
delle direttive dei vertici della Resistenza italiana del nord e anche, ufficialmente, di quelle
del governo Bonomi del Sud. Che c’è stato un continuo contrasto e intreccio tra direttive
palesi unitarie e direttive occulte anticomuniste da parte delle forze moderate all’interno
dell’antifascismo. Che la versione mainstream dei “cattivi comunisti” che hanno
ammazzato altri partigiani patriottici che costituivano un “baluardo” contro l’invadenza
slava è stata una narrazione da guerra psicologia. Che c’è stato un completo ribaltamento
della realtà tramite una continua “manutenzione del depistaggio”, su cui si è basata una
propaganda antipartigiana e anticomunista che ha contribuito molto agli attuali esiti politici,
con gli eredi del fascismo oggi al potere.

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