Di Matteo Rigamonti
C’è una cosa che colpisce più ancora dell’adesivo in sé. Non tanto il gesto, certamente abusivo e discutibile. Non tanto il contenuto, volutamente provocatorio. Ma la velocità con cui certe amministrazioni riescono ad attivarsi quando il messaggio da reprimere consente una bella dichiarazione pubblica, una condanna morale, una presa di posizione immediatamente spendibile.
All’improvviso la macchina pubblica diventa rapidissima. Si parla di razzismo, sessismo, estremismo, rigurgiti ideologici. Si annunciano rimozioni immediate, verifiche, acquisizioni di immagini, controlli sulle telecamere, ricerca degli autori. Gli adesivi vengono trattati quasi come una minaccia all’ordine democratico e la città, improvvisamente, scopre di avere squadre operative pronte, occhi elettronici da consultare, agenti da mobilitare, comunicati da diffondere.
Benissimo. Anzi, benissimo davvero, se il criterio fosse sempre questo.
Perché il punto non è difendere chi appiccica abusivamente materiale su muri, cabine elettriche o cartelli stradali. Chi sporca, imbratta, danneggia o occupa impropriamente lo spazio pubblico deve rispondere del proprio gesto. Su questo non ci dovrebbe essere alcuna ambiguità. Il problema, infatti, non è l’adesivo: è il criterio.
Questa stessa solerzia, questo stesso zelo investigativo, questa stessa voglia di visionare telecamere e individuare responsabili, molto spesso scompare quando a chiedere attenzione è il cittadino normale. Quello a cui hanno rubato una bicicletta, quello che si ritrova l’auto danneggiata, quello che subisce un furto, un tentativo di intrusione, una violazione della propria abitazione. In quei casi, improvvisamente, le telecamere diventano difficili da consultare, gli agenti sono impegnati in altre priorità, le immagini forse non sono disponibili, i tempi si allungano, la risposta diventa burocratica, prudente, distante.
E allora si capisce il corto circuito. In tanti Comuni abbiamo visto muri appena ripuliti e subito imbrattati, adesivi abusivi, volantini senza autorizzazione, manifesti fuori posto e piccoli danneggiamenti trasformati in casi esemplari. L’amministrazione convoca il tono solenne, lancia ultimatum, promette controlli, cerca il responsabile, pretende il risarcimento e costruisce attorno a un episodio di scarso valore materiale una piccola rappresentazione pubblica dell’autorità. Una specie di lezione civica a favore di telecamera: guardate come siamo severi, guardate come difendiamo il decoro, guardate come educhiamo il cittadino.
Peccato che la stessa energia spesso si dissolva quando i problemi diventano seri davvero: furti, intrusioni, danneggiamenti alle proprietà private, insicurezza concreta, cittadini che chiedono aiuto e si aspettano risposte. Lì la macchina pubblica, così muscolare davanti a un adesivo o a una scritta, diventa improvvisamente prudente, lenta, distratta. Ed è proprio questa sproporzione a rendere certe reazioni più simili a una pagliacciata amministrativa che a una vera tutela della città.
Il caso dei drappi bianchi listati a lutto, comparsi tra il 2013 e il 2014 in diversi Comuni della Brianza e del Comasco, è un precedente che aiuta a capire il problema. Non erano decorazioni, ma un simbolo di protesta: lenzuola, drappi e strisce bianche esposti in varie località come segno del disagio dei piccoli imprenditori, schiacciati da tasse, burocrazia, banche e crisi economica. Anche allora il bianco occupava lo spazio pubblico, anche allora un segno modificava il paesaggio urbano, anche allora c’era un messaggio politico e sociale preciso.
E anche allora, in diversi casi, alcune amministrazioni si preoccuparono subito di far sparire quel simbolo e di capire chi lo avesse esposto. Non si trattava soltanto di ripristinare il decoro, ma di neutralizzare una contestazione resa visibile nello spazio pubblico. La dinamica, in fondo, non è molto diversa da quella che si vede oggi davanti ai volantini o agli adesivi sgraditi: prima la rimozione immediata, poi la ricerca degli autori, poi la condanna pubblica.
Il punto, quindi, non è stabilire quale protesta sia più nobile o quale messaggio sia più accettabile. Il punto è osservare come, quando un simbolo dà fastidio al potere locale, la macchina amministrativa sappia attivarsi con grande rapidità. Il problema nasce quando questa solerzia non viene applicata con la stessa costanza davanti ai problemi concreti dei cittadini.
Le telecamere, gli agenti, le squadre operative, gli uffici comunali, i comunicati istituzionali non sono strumenti personali dell’amministratore di turno. Sono strumenti pubblici. E proprio per questo dovrebbero essere usati con equilibrio, proporzione e coerenza.
Chi governa una città non dovrebbe accendere l’apparato pubblico solo davanti ai simboli che gli danno l’occasione di indignarsi. Dovrebbe garantire lo stesso rigore davanti al vandalismo comune, al danno subito dal cittadino, al furto, all’imbrattamento, all’abuso piccolo o grande che sia. Altrimenti non si difende il bene pubblico, ma la propria narrazione.
Il cittadino, però, non ha bisogno di amministratori che si indignano a comando. Ha bisogno di amministratori giusti, capaci di dare risposte serie quando viene violato lo spazio pubblico, ma altrettanto presenti quando a essere violati sono la sua proprietà, la sua casa o la sua sicurezza. Perché davanti a un danno concreto, a un furto o a un’intrusione, nessuno dovrebbe trovarsi di fronte al solito muro di scuse, rinvii e priorità superiori.
Una città non si misura dalla rapidità con cui rimuove un adesivo scomodo. Si misura dalla coerenza con cui tutela tutti: il decoro, la sicurezza, i beni pubblici e i cittadini.
Sempre. Non solo quando conviene.









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