di Massimo Iaretti
Nei primi anni del Novecento Emilio Salgari era tradotto eletto sin quasi alla ‘Fine del Mondo’. E tra i lettori c’era il futuro Premio Nobel Pablo Neruda.
E’ lo stesso grande poeta cileno a spiegarlo nel Primo Quaderno di ‘Confesso che ho vissuto’ il suo intenso e ricco di riferimenti libro di memorie.
Neruda, ricordando delle sue letture giovanili cita espressamente l’autore. “Crescevo. Cominciarono a interessarmi i libri. Nelle avventure di Buffalo Bill, nei viaggi di Salgari, il mio spirito si andò estendendo nelle regioni del sogno” come cita testualmente, spiegando poi in un secondo passaggio che preferiva l’eroe salgariano per eccellenza: “Non posso dimenticare quello che ho letto ieri: l’albero del pane ha salvato Sandokan e i compagni in una lontana Malesia”.
Buffalo Bill, invece, non gli piaceva perché uccideva gli indiani. In nuce c’è già quello che sarà il futuro esponente politico e quelle che saranno le sue scelte.
Nelle memorie di Neruda di italiano non c’è solo Salgari, ma anche trovano un discreto spazio la Penisola, Capri, Guttuso, c’è un accenno fugace a D’Annunzio e un capoverso intero su Salvatore Quasimodo.
‘Confesso che ho vissuto’ – che arriva sino a pochi giorni prima della morte dell’autore, il 23 settembre 1973, nell’anno e nel mese del golpe che rovesciò il presidente eletto Allende – è un libro da leggere perché è realmente un viaggio nella storia e nella cultura di grande parte del Novecento, visto con gli occhi di un poeta che viveva però con i piedi ben piantati per terra.








