di Massimo Iaretti
Negli anni Settanta, per la precisione il 10 luglio del 1976, un sabato, si verificò un gravissimo incidente che provocò la dispersione nell’atmosfera di una nube di diossina, sostanza estremamente tossica, nella azienda svizzera Icmesa, di proprietà prima della Givaudan, poi della Hoffman-La Roche. Il problema, è eufemistico chiamarlo così per la portata che ebbe (e continua ad avere in un certo senso) interessò diversi centri della Brianza, in particolare Seveso. La fabbrica aveva invece il suo sito nel territorio del confinante comune di Meda.
Sono passati cinquant’anni e molta acqua è passata sotto i ponti, la città ha saputo reagire, con quello spirito di intraprendenza tutto lombardo. Ed è recentissima la notizia che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà in visita alla città il 10 luglio prossimo in occasione della celebrazioni dell’evento.
Abbiamo sentito nei giorni scorsi Alessia Borroni, sindaco di Seveso al primo mandato: ne è nato un colloquio che dimostra quale sia stata la resilienza dei suoi abitanti a quanto accaduto cinque decadi orsono.
Sindaco, la vicenda del 1976 ha lasciato degli strascichi in città ?
A livello industriale, sociale e psicologico ce la portiamo come ricordo con un impatto emotivo. L’Icmesa è l’ordo neo. Quest’anno poi è tornato il ricordo triste di quell’anno. Ma cerchiamo come abbiamo sempre cercato, di trovare il positivo dopo la tragedia.
Che impatto ha avuto sulla cittadinanza?
Molto forte. Personalmente sono nata e cresciuta a Seveso. Avevo due anni al momento del disastro, abitavamo a poca distanza dall’area B, ho ricordi a flash ma vividi, di uomini in bianco con le maschere. Dei cittadini di Seveso pochissimi se ne sono andati, eccetto quelli allontanati che vivevano nell’area A. Le persone di Seveso non potevano, poi, acquistare case perché considerati ‘appestati’. Negli anni si è cercato di portare avanti le manifatture, l’agricoltura, le piccole imprese. Qui non ci sono grosse fabbriche. Oggi abbiamo il ‘Bosco delle Querce’ che è il simbolo della nostra rinascita.

Di questo nel parleremo tra poco. Ancora una cosa su di Lei. La vicenda Seveso l’ha influenzata nelle sue scelte scolastiche ?
Sono laureata in fisica dell’ambiente nella triennale e nella magistrale in scienze dell’organizzazione aziendale con una tesi sull’organizzazione complessa dell’Icmesa. La risposta è si nel senso che ho vissuto il territorio, sono legata all’attenzione verso l’ambiente e molto ha inciso il mio passato di Seveso.
Poco fa ha parlato del cogliere nel post disastro anche degli effetti positivi, Cosa intendeva ?
Quanto accaduto è uno fardello che ci portiamo dietro, uno dei maggiori incidenti al mondo insieme a Bhopal, Chernobyl, Three Mile Island e Fukushima, ma c’è anche una ‘Direttiva Seveso’ che in questi ultimi 20/30 anni ha salvato tante vite umane.
E veniamo al Bosco delle Querce: di cosa si tratta ?
E’ un parco naturale regionale esteso su 43 ettari per l’80% nel territorio di Severo ed il restante in quello di Meda. Si tratta di un’area che era stata fortemente inquinata a causa del disastro di cinquant’anni fa. Venne interamente bonificata e i residui furono inseriti in due vasche di contenimento. E con una grande opera di riforestazione è nato il Bosco delle Querce, in quanto la quercia è un albero autoctono della zona. E recentemente ha ricevuto il Marchio del Patrimonio Europeo.

Oggi in questa area, che è il segno della nostra rinascita, sono nate due specie rare di orchidee, inserite nei testi di botanica a livello europeo, si trovano le volpi, le famiglie di volatili si fermano durante i loro tragitti migratori, è una piccola oasi che ha ripreso a vivere dal punto di vista ambientale. Inoltre al suo interno c’è il ‘Giardino delle farfalle’, vengono effettuati molti laboratori con Legambiente Lombardia e sono possibili escursioni notturne per sentire i rumori del bosco.








