di Alberto Deambrogio
Alberto Deambrogio: Christian Marazzi, la nuova leadership della Federal Reserve
si trova a operare in un contesto di fortissima pressione politica da parte
dell’amministrazione Trump, che spinge per un controllo più diretto sui tassi
d’interesse. Assistiamo, per un altro verso, a una pratica annunciata di Kevin
Warsh che sembra ribadire i fondamentali della politica monetarista di sempre.
Dove può portare questa tensione? Quali punti di ricaduta vedi?
Christian Marazzi: In queste ultime settimane abbiamo assistito all’emergere di una
contraddizione, o tensione come dici tu, tra la Fed e il Tesoro, tra Warsh e Bessent,
che, di fatto, ha a che fare con il processo di trasformazione in divenire guidato
dall’Intelligenza Artificiale (IA) e a tutto ciò che le sta attorno, in particolare gli
immensi investimenti infrastrutturali nei data center. Certo, il triangolo debito
pubblico-inflazione-tassi d’interesse è all’origine della confusione che abbiamo visto
sui mercati dei Treasury americani, un mercato enorme e fondamentale per la
conduzione della politica monetaria, che sta rapidamente perdendo la fiducia degli
investitori, più in generale dei mercati. In agosto abbiamo assistito a un po’ di tutto.
Vediamo con ordine: per frenare la svalutazione dello yen, Bessent ha pensato bene
di usare gli euro, non i dollari, e questo senza dire niente alla Bce. Roba da matti,
che però segnala l’indifferenza americana verso il destino dell’Europa. Con questi
euro si sono quindi acquistati yen, lo yen si è rivalutato un pochino, salvo poi dopo
pochi giorni ritornare ai livelli di prima dell’intervento americano. Il senso
dell’operazione statunitense era questo: evitare che la Banca centrale giapponese
vendesse Treasury americani per, con i dollari così ottenuti, intervenire lei a
sostegno degli yen. In breve, per schermare il debito federale, per evitare la vendita
dei titoli di Stati e quindi l’aumento dei rendimenti su questi titoli obbligazionari,
Bessent ha cercato, con un atto di pirateria monetaria, di impedire l’aumento dei
tassi soprattutto sui titoli a lungo termine. Col risultato brillante che: lo yen si è
comunque svalutato e la Banca centrale giapponese sarà così costretta in qualche
modo a vendere titoli americani (o di altri paesi, non si sa) o, come sta facendo, ad
aumentare i suoi tassi di interesse (che però fanno rimpatriare capitali dagli Stati
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Uniti!); l’euro, dopo un indebolimento di breve tempo, è tornato ai suoi livelli ma,
soprattutto, i rendimenti sui Treasury sono aumentati! Naturalmente questo non è
piaciuto a Warsh che si trova a dover garantire una politica di bassi tassi di interesse
per il semplice fatto che è stato messo lì a capo della Fed da Trump per fare questo.
Ai mercati la promessa di Bessent di rilanciare una politica di Quantitative Easing
(QE) in settembre, cioè di nuovo con acquisti massicci di Treasury da parte dello
Stato, non sembra aver fatto né caldo né freddo, infatti i rendimenti sui titoli a
trent’anni sono aumentati in modo significativo, con conseguenze pesanti sul costo
del debito. Sono aumentati perchè gli investitori, a fronte di un debito pubblico che
aumenta in conseguenza delle politiche fiscali neoliberiste di sgravi sugli alti redditi e
di spesa militare crescente, oltretutto con un tasso di inflazione destinato a
rimanere elevato per un bel po’ di tempo a causa della guerra infinita in Medio
oriente, i mercati – dicevo – chiedono rendimenti elevati per investire denaro sul
debito pubblico. Tieni conto che non c’è solo il problema di garantire l’attrattività
dei Treasuy statunitensi, ma anche quella delle obbligazioni private emesse dalle
società americane (grandi e piccole) per continuare ad investire sempre di più
nell’IA. Investimenti che comportano un forte e crescente indebitamento privato. E
poi, per non farsi mancare niente, ci sono di debiti pubblici di tutti gli altri Paesi,
avanzati e emergenti, che anche loro devono attrarre capitali per finanziare i loro
debiti. La coperta dei grandi fondi di investimento è quindi tirata da diversi angoli.
A.D.: Nel tuo lavoro hai spesso analizzato come la finanza penetri nella vita
quotidiana delle persone. Oggi il governo del debito pubblico statunitense viaggia
in parallelo con un’esplosione del debito privato e algoritmico dei cittadini. Di
fronte alla strategia di Trump di espandere il deficit per finanziare
deregolamentazione e tagli fiscali, come cambia la natura bioeconomica del
debito americano? Questo modello può reggere nel lungo periodo senza provocare
una crisi da “default sociale” o una rivolta delle classi sociali impoverite,
intrappolate in un welfare sempre più finanziarizzato?
C.M.: Fai conto che il 62% dei cittadini americani ha risparmio investito sul debito
pubblico. Negli ultimi anni sono cresciuti molto i piccoli trader, con molti giovani alla
ricerca di un po’ di soldi per far fronte al rincaro o anche solo per onorare i loro
debiti contratti per studiare. Quindi la finanza permea la vita della maggioranza degli
americani. Di fronte ai rischi di default finanziario di cui abbiamo appena parlato, ci
sono le seguenti opzioni: o si cerca di ridurre il debito pubblico con l’aumento delle
entrate, un tema questo neppure da toccare in questo periodo; o si spera (in realtà
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ci credono sempre in meno) nell’aumento della crescita indotto dagli investimenti
nell’IA, ma questo farebbe aumentare i tassi di interesse per frenare l’aumento
conseguente dell’inflazione; oppure si taglia la spesa sociale. Naturalmente per
l’amministrazione Trump è quest’ultima opzione quella migliore, ed è quello che
secondo me succederà dopo le votazioni di novembre. La natura bioeconomica del
debito americano si connota sempre in termini di povertà, povertà diffusa a causa di
mancanza di accesso agli aiuti più immediati (foodstamps), ai servizi sanitari, agli
spazi abitativi. Si sta passando dalla biopolitica alla tanatopolitica del debito
pubblico, alla morte sociale per governare la vita. È prevedibile un’ondata di lotte
sociali, di mobilitazioni contro il carovita, contro la proliferazione di data center nelle
zone rurali, dove le comunità locali sono confrontate con la mancanza d’acqua tolta
dai data center agli agricoltori e agli allevatori, contro la violenza dell’ICE contro i
diritti degli immigrati. Sta maturando una classe multiforme, una classe impossibile
alla sintesi, alla riduzione all’Uno per la sua stessa composizione sociale e anche
ideologica (la base MAGA, ad esempio, è fortemente contraria all’IA e ai data
center). In questo senso si può parlare di possibile guerra civile.
A.D.: Il debito USA è storicamente sostenuto dall’attività globale dei Treasury
Bonds. Tuttavia, le spinte protezionistiche interne e a tendenza globale alla de-
dollarizzazione (guidata dai BRICS+) rischiano di incrinare questo meccanismo.
Qual è lo scenario di crisi internazionale più probabile nel medio termine? Ritieni
che la Fed possa essere costretta a utilizzare il debito come vera e propria arma
geopolitica, accettando il rischio di una frammentazione globale pur di
salvaguardare la stabilità interna degli Stati Uniti?
C.M.: La de-dollarizzazione è un processo in corso da più di vent’anni. Nel 2000 le
riserve valutarie in dollari rappresentavano il 70%, ora il 58% (e anche meno,
secondo alcuni studi). Ma è un processo lento che si gioca da una parte con la
volontà dei paesi BRICS+ di creare una valuta internazionale alternativa e, dall’altra,
con la capacità statunitense di continuare a governare il debito pubblico interno e
quello estero (commerciale e bilancia dei pagamenti) con la cosiddetta
“militarizzazione del dollaro” (weaponization) a furia di sanzioni, di misure tariffarie,
di minacce verbali. È qualcosa che non giova affatto alla stabilità del dollaro e del
governo del debito pubblico. Proprio in questi giorni un fondo sovrano petrolifero
norvegese ha deciso di liberarsi degli attivi in dollari, prevalentemente in Treasury.
In un contesto di tensione sui mercati internazionali per attrarre capitali sui più
diversi fronti, come abbiamo visto prima, la scommessa americana è sulle
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stablecoins, le valute digitali emesse da privati e legate (molto prevalentemente) al
dollaro. Per legge questi strumenti monetari devono essere convertibili in un
rapporto di uno a uno in dollari, e per garantire questa convertibilità le stablecoins si
sono coperte da Treasury a breve. Se uno detentore di stablecoins vuole rendere
liquido il suo attivo, ecco che gli Exchange (gli “uffici cambio”) lo asseconderanno
con la vendita di Treasury per procurarsi dollari. Insomma, la partita si gioca tra
sovranità monetaria pubblica, con la Bce che punta al lancio di una moneta digitale
centrale pubblica, e sovranità monetaria privata, attraverso la proliferazione di
monete digitali in qualche modo legate al dollaro. C’è anche da dire che se si vuole
creare una moneta internazionale alternativa al dollaro, le vie sono due: o si instaura
una vera moneta sovranazionale, come quella proposta da Keynes, il Bancor, e
questo per evitare che una moneta nazionale funga da moneta internazionale, con
tutti i vantaggi che questo ha comportato e continua a comportare (pagare le
importazione con dollari e vendere il proprio debito ai detentori di dollari), oppure
passare dal dollaro a qualche altra moneta nazionale, mettiamo lo yuan cinese. A
parte il fatto che i cinesi non hanno nessuna intenzione di aprire più di tanto i loro
mercati finanziari, il problema sta nel manico. I cinesi hanno un surplus commerciale
di oltre 735 miliardi di dollari da investire da qualche parte, di fatto sul debito
pubblico americano. Questo surplus è ancora dovuto all’esportazione verso gli Stati
Uniti, e questo alla faccia dei dazi imposti da Trump. I dollari così accumulati
attraverso le esportazioni sono da sempre reinvestiti nel debito pubblico americano.
Lo ricordava Marcello Minenna sul Sole24Ore di domenica 6 settembre: “Una co-
dipendenza che nel 2004 Larry Summers definì l’equilibrio del terrore finanziario’.
Vent’anni dopo il terrore è ancora lì, ma le armi sono cambiate. Non è più la
minaccia cinese di vendere i titoli americani a definirlo: è la minaccia americana di
congelarli. A proposito di militarizzazione della politica monetaria … A meno che i
cinesi, finalmente dopo averne parlato per anni, investano nel loro paese per
rilanciare i consumi interni penalizzati dalla crisi economica immobiliare del 2023,
questa co-dipendenza si può solo allentare dirottando gli investimenti cinesi in
Europa. È possibile che l’Europa, del tutto svantaggiata dalle strategie americane, si
riorienti verso i mercati asiatici, così da assicurare uno sbocco alle riserve valutarie
accumulate con il surplus cinese. Con lo spostamento a destra in corso in Europa in
questo frangente, questo scenario è improbabile. Più probabile è la lotta contro i
tagli alla spesa sociale indotti dalle poltiche monetarie e finanziarie americane.








