Tre domande a Roberto Romano su Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone

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di Alberto Deambrogio

tre domande a Roberto Romano, economista

Alberto Deambrogio: Roberto Romano, nel dibattito sull’intelligenza artificiale si tende

spesso a separare l’efficienza tecnologica dall’impatto etico e sociale. La nuova enciclica
di papa Leone tenta invece di ricondurre l’algoritmo all’interno di una visione umanistica
dell’economia. Dal tuo osservatorio di economista, quali sono i punti di rottura più forti
che questo testo introduce rispetto ai modelli econometrici dominanti, e in che modo la
dottrina sociale può davvero ridisegnare l’idea di “valore” nell’era dell’automazione
cognitiva?
Roberto Romano: La novità più importante dell’enciclica di Leone XIV è che non entra nel
dibattito sull’intelligenza artificiale dal lato della tecnologia, ma dal lato dell’antropologia
e dell’economia politica. Oggi gran parte della riflessione economica dominante tende a
considerare l’intelligenza artificiale come un fattore di incremento della produttività. In
altre parole, l’algoritmo viene valutato principalmente per la sua capacità di aumentare
l’efficienza dei processi, ridurre i costi, accelerare le decisioni e sostituire alcune funzioni
svolte dal lavoro umano. Da questo punto di vista, la questione centrale diventa come
massimizzare i benefici economici dell’innovazione.
L’enciclica sposta radicalmente il problema. Leone XIV si chiede anzitutto quale idea di
essere umano sia implicita in questa trasformazione. È una domanda apparentemente
filosofica, ma in realtà profondamente economica. Ogni teoria economica contiene infatti
una rappresentazione dell’uomo e della società. Dietro ogni modello vi è sempre
un’antropologia.
La prima rottura rispetto ai modelli economici dominanti riguarda proprio il concetto di
valore. Nella cultura economica contemporanea il valore tende a essere identificato con
ciò che è misurabile, quantificabile, produttivo ed efficiente. L’intelligenza artificiale
rappresenta il punto più avanzato di questa logica, perché consente di trasformare una
quantità crescente di attività umane in dati, prestazioni, informazioni elaborabili e
processi ottimizzabili. Leone XIV vede in questa tendenza un rischio profondo. Quando
tutto viene tradotto in dati e prestazioni, anche la persona rischia di essere interpretata
come una funzione produttiva. Il valore dell’essere umano viene allora misurato
attraverso la sua efficienza, la sua competitività e la sua capacità di generare risultati.
L’enciclica rifiuta esplicitamente questa impostazione e riafferma che il valore della
persona precede qualsiasi prestazione economica. Non è il lavoro a fondare la dignità

dell’uomo; è la dignità dell’uomo a fondare il valore del lavoro. Da economista, considero
questo uno degli elementi più innovativi del documento. Da almeno quarant’anni
l’economia tende a descrivere gli individui come capitale umano, cioè come insiemi di
competenze da valorizzare all’interno dei processi produttivi. Questa impostazione ha
certamente una sua utilità analitica, ma diventa problematica quando finisce per
coincidere con una visione complessiva dell’essere umano. L’enciclica ci ricorda che
esistono dimensioni essenziali della vita che non possono essere ridotte a capitale,
produttività o rendimento.
La seconda rottura riguarda il tema del potere. Nel dibattito pubblico l’intelligenza
artificiale viene spesso presentata come uno strumento neutrale. Leone XIV rifiuta questa
impostazione. La domanda decisiva non è cosa possa fare l’algoritmo, ma chi controlli
l’algoritmo, a quali fini e con quali conseguenze sociali.
Da questo punto di vista l’enciclica coglie una trasformazione strutturale del capitalismo
contemporaneo. L’intelligenza artificiale non è semplicemente una nuova tecnologia; è
una nuova infrastruttura del potere economico. Chi controlla i dati, le piattaforme, le reti
computazionali e la capacità di elaborazione dispone di un potere senza precedenti nella
storia economica moderna. Per questa ragione Leone XIV rivaluta il ruolo della politica,
delle istituzioni pubbliche e del diritto come strumenti necessari per impedire che la
concentrazione tecnologica si trasformi in concentrazione oligarchica del potere. Qui
emerge un aspetto che, da economista, considero particolarmente interessante.
L’enciclica sembra riprendere implicitamente una tradizione di pensiero che va da Keynes
a Minsky. L’idea di fondo è che i mercati non tendano spontaneamente all’equilibrio e che
l’innovazione non produca automaticamente benessere collettivo. Al contrario, le
dinamiche economiche possono generare instabilità, concentrazione della ricchezza e
perdita di controllo democratico. Per questo il bene comune non può essere affidato
esclusivamente ai meccanismi del mercato, ma richiede istituzioni pubbliche capaci di
orientare e governare il cambiamento.
La terza rottura riguarda il rapporto tra efficienza e sviluppo umano. Nella cultura
economica dominante l’efficienza tende a essere considerata un valore quasi assoluto.
L’enciclica, invece, introduce una distinzione fondamentale: una società può diventare più
efficiente senza diventare più umana. Può aumentare la produttività e
contemporaneamente accrescere l’esclusione, la precarietà e la solitudine. Può generare
innovazione e allo stesso tempo erodere le condizioni della convivenza civile. Per questo
Leone XIV recupera una delle intuizioni più profonde della Dottrina sociale della Chiesa:
l’economia deve essere giudicata non soltanto in base a ciò che produce, ma in base a ciò
che rende possibile nella vita delle persone e delle comunità. La domanda decisiva non è
quanto cresce il sistema, ma chi beneficia della crescita, quali relazioni genera, quali forme
di esclusione produce e quale idea di umanità promuove. In questo senso l’enciclica
propone una ridefinizione radicale del concetto di valore. Il valore non coincide con il
prezzo. Non coincide con la produttività. Non coincide con la prestazione. Il valore nasce
dalla dignità intrinseca della persona, dalla qualità delle relazioni sociali, dalla possibilità di
partecipare alla vita comune, dalla tutela dei più fragili e dalla capacità di costruire

istituzioni orientate al bene comune. Questa prospettiva può apparire distante dai modelli
econometrici dominanti. In realtà pone una domanda che l’economia del XXI secolo non
può più evitare: come misurare il progresso in una società nella quale una parte crescente
della ricchezza viene prodotta da macchine capaci di sostituire attività cognitive umane?
La risposta di Leone XIV è che il futuro non potrà essere giudicato soltanto dalla quantità
di intelligenza artificiale che saremo capaci di sviluppare, ma dalla quantità di umanità che
saremo capaci di preservare. Ed è probabilmente questa la sfida economica, politica e
culturale più importante del nostro tempo.

A.D.: L’enciclica lancia un monito chiaro contro la concentrazione del potere tecnologico
nelle mani di pochi oligopoli privati, evocando il rischio di una nuova forma di
feudalesimo digitale. Se guardiamo alla storia economica, i tentativi di regolazione
morale mercatistica hanno avuto fortune alterne. Quali strumenti di politica economica
o di governance globale ritieni indispensabili per tradurre l’appello del Papa in riforme
strutturali concrete, senza soffocare l’innovazione?
R.R.: Credo che il primo merito dell’enciclica sia quello di spostare il dibattito
dall’innovazione in sé alla questione del potere. La storia economica insegna che quasi
tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche hanno prodotto enormi benefici, ma anche nuove
concentrazioni di ricchezza e di potere. L’intelligenza artificiale non sembra fare eccezione.
Anzi, per certi aspetti amplifica il problema, perché concentra simultaneamente dati,
capacità computazionale, infrastrutture, capitale finanziario e capacità di influenzare
comportamenti individuali e collettivi. Per questo ritengo che l’appello di Leone XIV non
possa essere tradotto semplicemente in una richiesta di maggiore etica aziendale. La
storia dimostra che la moral suasion, da sola, non è mai stata sufficiente a correggere
squilibri sistemici. Le trasformazioni strutturali richiedono istituzioni, regole e capacità
pubblica di governo. La prima questione riguarda il ritorno della politica industriale. Per
almeno quarant’anni si è diffusa l’idea che il mercato fosse in grado di selezionare
spontaneamente le traiettorie più efficienti dello sviluppo economico. Oggi sappiamo che
non è così. Le grandi innovazioni che hanno caratterizzato il capitalismo contemporaneo,
dalla rete internet alle tecnologie spaziali, dai semiconduttori alla stessa intelligenza
artificiale, sono state rese possibili da massicci investimenti pubblici, da programmi di
ricerca finanziati dagli Stati e da una pianificazione strategica di lungo periodo. Per questo
la domanda non dovrebbe essere se intervenire o meno nell’economia, ma come
orientare l’intervento pubblico. Il vero tema è il governo del “cosa produrre”, del “come
produrre” e soprattutto del “per chi produrre”. Sono domande che l’economia
contemporanea ha progressivamente rimosso, lasciandole alla logica dei mercati finanziari
e delle aspettative di profitto. Eppure, sono le stesse domande che determinarono i grandi
processi di sviluppo del Novecento.
La seconda questione riguarda il ruolo dello Stato come assicuratore di ultima istanza. La
pandemia, le crisi finanziarie e le recenti tensioni geopolitiche hanno mostrato un dato
difficilmente contestabile: quando il sistema entra in crisi, è sempre il settore pubblico a

garantire la continuità economica e sociale. Nessun mercato ha mai svolto questa
funzione. In questo senso, il ruolo dello Stato non consiste semplicemente nel correggere i
fallimenti del mercato, ma nel creare le condizioni che rendono possibile la stessa attività
economica.
Questa funzione diventa ancora più importante nell’economia dell’intelligenza artificiale.
Se lasciata esclusivamente alle logiche di mercato, l’IA rischia di accentuare la
polarizzazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro e la dipendenza tecnologica di
interi Paesi. Per questo occorrono investimenti pubblici nella ricerca, nella formazione,
nelle infrastrutture digitali e nella protezione sociale, affinché i benefici della
trasformazione tecnologica siano distribuiti e non concentrati.
La terza questione riguarda la governance globale. Le piattaforme digitali e le grandi
imprese tecnologiche operano ormai su una scala che spesso supera la capacità regolativa
dei singoli Stati. Servono quindi nuove forme di cooperazione internazionale che
riguardino la tassazione delle multinazionali, la proprietà dei dati, gli standard tecnologici,
la tutela del lavoro e la trasparenza degli algoritmi. Non si tratta di limitare l’innovazione,
ma di evitare che il progresso tecnico produca nuove forme di dipendenza e
subordinazione. Tuttavia, credo che il punto più profondo sollevato indirettamente
dall’enciclica riguardi la produzione stessa della conoscenza economica. Negli ultimi
decenni abbiamo assistito a una crescente identificazione tra ciò che è misurabile e ciò
che conta. Indicatori, modelli econometrici e statistiche sono diventati spesso strumenti
attraverso cui descrivere la realtà. Ma esiste un rischio che raramente viene discusso: che
la statistica finisca per rappresentare non la realtà, ma la realtà che le istituzioni
desiderano vedere. Quando misuriamo esclusivamente la crescita del PIL, la produttività o
il valore finanziario delle attività economiche, rischiamo di rendere invisibili fenomeni
essenziali come la qualità del lavoro, la fragilità sociale, la distribuzione del reddito, la
sostenibilità ambientale e la capacità delle comunità di riprodurre legami sociali. In questo
senso, la misurazione non è mai neutrale. Ogni sistema statistico incorpora una gerarchia
di valori e una visione della società. L’intelligenza artificiale porta questo problema a un
livello superiore. Gli algoritmi apprendono dai dati disponibili. Se i dati riflettono una
rappresentazione parziale della realtà, anche le decisioni automatizzate tenderanno a
riprodurre quella stessa parzialità. Per questa ragione la questione democratica non
riguarda soltanto il controllo delle tecnologie, ma anche il controllo dei criteri attraverso
cui definiamo ciò che ha valore. Da questo punto di vista, il messaggio dell’enciclica
appare sorprendentemente concreto. Non si limita a chiedere una maggiore attenzione
etica. Chiede di recuperare la capacità della politica di orientare il cambiamento
economico, di rafforzare le istituzioni pubbliche, di governare i processi di innovazione e di
ridefinire gli indicatori attraverso cui giudichiamo il successo di una società.
In ultima analisi, il rischio del nuovo feudalesimo digitale non consiste soltanto nella
concentrazione della ricchezza o dei dati. Consiste nella progressiva rinuncia delle
istituzioni democratiche a governare il futuro. L’alternativa proposta da Leone XIV è una
modernità nella quale innovazione, conoscenza e tecnologia rimangano strumenti al
servizio della persona e del bene comune, e non diventino fini autonomi sottratti a

qualsiasi controllo collettivo. Aggiungerei: per decenni abbiamo discusso se il mercato
dovesse sostituire la programmazione. Oggi la questione è opposta: senza una qualche
forma di programmazione democratica e partecipata delle grandi transizioni tecnologiche,
saranno gli algoritmi e i grandi gruppi privati a programmare la società al nostro posto.
Questa, secondo me, è una conclusione che Leone XIV probabilmente non scriverebbe con
queste parole, ma che è perfettamente coerente con il cuore della sua enciclica.
A.D.: La forza di un’enciclica si misura anche sulla sua capacità di incidere sui reali
processi decisionali. Qual è la tua valutazione su ciò che questo documento potrà
concretamente sortire a livello politico, e non temi che — a causa della polarizzazione
geopolitica e degli enormi interessi finanziari in gioco — possa in tutto o in parte essere
messa da parte e ignorata dai grandi leader mondiali, proprio come è tristemente
accaduto per i forti richiami sull’ambiente contenuti nella Laudato sì di papa Francesco?
R.R.: Sì, temo che possa essere in gran parte ignorata. Ma non per malafede generalizzata:
per una crisi più profonda, che è crisi della politica stessa. La Laudato sì è stata un
documento straordinario. Ha detto con chiarezza che ambiente e giustizia sociale vanno
insieme, che non si può salvare il mercato sacrificando la casa comune. Eppure, dopo tanti
anni, le emissioni sono aumentate, gli accordi climatici vengono disattesi, e i grandi leader
l’hanno accolta con applausi formali ma tradotta in nessuna decisione strutturale. Perché?
Perché il sistema capitalistico si racconta come autonomo, come se i mercati si
autogovernassero. Ma non è vero: il capitalismo ha sempre bisogno di una politica che lo
orienti, lo freni, lo indirizzi. Il problema è che la politica oggi non è più capace di farlo.
E qui arrivo al punto. La politica è passata da un conflitto di visioni – destra contro sinistra,
progetto contro progetto – a una presunta competenza tecnica: “noi sappiamo fare le
cose, gli altri no”. Ma questa competenza è piatta, senza domani. La politica non
immagina più l’orizzonte. Si misura su problemi immediati, li gestisce, ma non affronta mai
le strutture. Perché se le affrontasse, dovrebbe aprire uno scontro vero: dire agli elettori
che bisogna governare i consumi, tassare i grandi patrimoni, ripensare la mobilità, il
lavoro, l’energia è un problema. E questo scontro, oggi, nessun leader è disposto a
sostenerlo. Costa voti.
Quindi l’enciclica arriva in un deserto politico. Non perché sia debole, ma perché non c’è
un interlocutore all’altezza. I grandi leader mondiali la ascolteranno, forse la citeranno in
un discorso alle Nazioni Unite, ma poi firmeranno contratti per il gas, sovvenzioneranno le
compagnie fossili e diranno che non c’è alternativa. Ecco, questa è la tragedia: non è che
l’enciclica viene messa da parte perché cattiva o ingenua. Viene messa da parte perché la
politica ha smesso di credere di poter cambiare le cose in profondità. Si è rinchiusa nel
presente, millantando competenze che risolvono problemi piccoli per non vedere quelli
grandi. Finché restiamo lì, anche la più forte delle encicliche resterà una voce nel deserto.
Ma attenzione: non è inutile. Perché quella voce tiene aperto un cammino. Oggi nessuno
la segue, ma tra dieci, vent’anni, quando gli effetti dell’inerzia saranno sotto gli occhi di

tutti, qualcuno tornerà a leggerla e dirà: “Ecco, ce l’avevano detto”. Il problema è che nel
frattempo il pianeta e i poveri continuano a pagare”.

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