di Alberto Deambrogio
Tre domande a Giovanni Mazzetti, economista, tra i fondatori
dell’Associazione per la redistribuzione del Lavoro
Alberto Deambrogio: Professore, oggi l’intelligenza artificiale e l’automazione
spingono la produttività verso vette inimmaginabili, eppure il dibattito
pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sulla ‘distruzione’ di posti di
lavoro. In che modo questa enorme capacità tecnica può invece diventare la
base materiale per quella che lei definisce la ‘fine del lavoro salariato’,
trasformando il tempo risparmiato dalle macchine in tempo di vita per
l’individuo?
Giovanni Mazzetti: Purtroppo il cambiamento al quale fai riferimento non può
scaturire meccanicamente dalle conquiste tecnologiche in questione. Affinché
esso possa intervenire sono necessarie trasformazioni nella struttura della
soggettività attraverso le quali si riconoscono i limiti del rapporto di lavoro
salariato e ci si spinge al di là di esso. Questo rapporto ha funzionato
egregiamente, come dice Keynes, per tirarci fuori dalla condizione di miseria
nella quale i nostri antenati hanno vissuto, ma non può “permetterci di godere
dell’abbondanza una volta che questa è stata conquistata”. Un vago movimento
in questa direzione ci fu nel corso degli anni cinquanta e settanta col prevalere
del sistema dei diritti sociali, col quale si cominciò a soddisfare i bisogni cercando
di dare alla vita collettiva una forma che riconosceva il cambiamento nelle
condizioni economiche, con l’instaurarsi di un grado di libertà dal bisogno
immediato.
Quando il sistema dello Stato sociale keynesiano, negli anni ottanta, raggiunse i
suoi limiti, e si doveva intervenire sulla forma stessa dell’attività produttiva,
quasi nessuno sentì il bisogno di confrontarsi con quella che Marx aveva definito
l’estraniazione insita nel rapporto salariato. Che cosa c’è di più naturale del
lavoro – l’Italia è “fondata” su di esso – e che cosa c’è di più ovvio che chi cerca
un lavoro chieda una retribuzione. Il principale limite col quale ci stiamo
scontrando oggi è che i lavoratori, proprio perché meno poveri dei loro bisnonni,
sperimentano questa alienazione molto meno di quando accadeva cinquant’anni
fa.
A.D.: Già nel 1930 Keynes immaginava una settimana lavorativa di 15 ore, ma
tu hai spesso evidenziato come le politiche keynesiane tradizionali, basate sullo
stimolo infinito della domanda, abbiano finito per alimentare i bisogni relativi
e la produzione di beni non necessari pur di mantenere l’occupazione. Qual è
oggi il salto logico che dobbiamo compiere per non restare prigionieri di questo
meccanismo di crescita forzata e dare finalmente un senso collettivo al tempo
liberato?
G.M.: Non solo Keynes sottolineò che un presupposto del cambiamento doveva
essere quello di una riduzione del tempo di lavoro e la redistribuzione del tempo
liberato tra tutti, ma anche Marx insistette nel terzo libro del Capitale che la
condizione dell’ulteriore sviluppo, al di là dei rapporti capitalisti, era la riduzione
generalizzata e drastica del tempo di lavoro. Quel tempo, che né il capitale né lo
stato sarebbero riusciti ad impiegare produttivamente, avrebbe dovuto essere
appropriato per l’autoformazione dei lavoratori, con l’acquisizione di un
rapporto socialmente e individualmente superiore rispetto a quello che ha
prevalso negli ultimi due secoli.
Il salto logico che dobbiamo compiere è quello di smettere di “naturalizzare” la
nostra forma di vita. Tutti i nostri rapporti e tutte le nostre capacità sono il
frutto di un lungo processo di sviluppo, che ha sostenuto gli straordinari
cambiamenti di cui abbiamo goduto. Ma proprio quello sviluppo ha determinato
un cambiamento nelle condizioni di vita che ha generato nuovi bisogni, cioè dei
problemi che non siamo in grado di risolvere con le capacità sin qui acquisite. La
spinta ossessiva alla crescita, che tra l’altro non riguarda più il sistema dei diritti,
ma prevalentemente l’accumulazione di capitale, non è altro che l’ostinazione a
procedere sulla via che, ormai da cinquant’anni, si dimostra fallimentare. Ciò
che dobbiamo comprendere è che, grazie allo sviluppo garantito dai rapporti
capitalistici, abbiamo accresciuto enormemente la nostra capacità di
trasformare il mondo, ma se non la imbrigliamo, con lo sviluppo di nuove
capacità, quelle forze produttive opereranno sempre più distruttivamente.
Tra l’altro buona parte del lavoro che viene generato è un lavoro superfluo e
spesso inutile, che determina problemi – ad esempio ambientali – con i quali ci
rifiutiamo di confrontarci. D’altra parte i sindacati hanno purtroppo perso ogni
capacità di spingersi al di là del quotidiano, cosicché la difesa dei lavoratori
interviene su un terreno che risulta sempre perdente.
A.D. Celebrare il 1° maggio significa storicamente onorare la lotta per il lavoro;
tuttavia, nelle tue analisi, suggerisci che oggi la vera sfida non sia più creare
nuovo lavoro, ma redistribuire quello esistente per impedire che la
disoccupazione diventi una condanna sociale. Come cambierebbe l’agenda dei
sindacati se il 1° maggio diventasse la festa del lavoro necessario condiviso e
del tempo liberato per tutte e tutti?
G.M.: Il punto di partenza di un possibile cambiamento nelle lotte sindacali sta
nella comprensione della crisi che ci sta travolgendo da mezzo secolo. Basta
guardarsi intorno per cogliere il regresso. Quando ero ragazzo il mestiere del
cameriere era considerato come un qualcosa di degradante, da riservare ai
ragazzi più poveri e ignoranti, per sbarcare il lunario, oggi, a causa del turismo in
eccesso i camerieri sono decine di migliaia in ogni grande città, ammontando a
ben più di un milione in tutta Italia. Le badanti, forma perversa di assistenza ai
fragili, in quanto soluzione ridotta a fatto privato, sono più di due milioni. Per
non parlare delle centinaia di migliaia di addetti alla pubblicità, alle promozioni e
al marketing. Insomma il quadro è quello di un pacifico adattamento al
regresso, che appare tollerabile solo perché meno miserevole d’aspetto rispetto
al passato.
Lo stesso concertone del Primo Maggio è diventato un vuoto rituale che non
incide più sulla cultura in disgregazione. Prima di pensare ad una festa con
caratteristiche alternative, bisognerebbe pensare al duro lavoro necessario per
comprendere la situazione in cui siamo precipitati. Ma, purtroppo, non vedo
segnali in questa direzione, né nei sindacati, né nei partiti di sinistra.








