di Massimo Iaretti

Dopo lo sgombero del Leoncavallo abbiamo chiesto un parere sulla vicenda e suoi suoi sviluppi a Mariangela Padalino, capogruppo di Noi Moderati al Comune di Milano
l Comune di Milano vuole mettere a disposizione un nuovo spazio per il Leoncavallo? Cosa ne pensa? “Credo che un’amministrazione pubblica possa, con trasparenza e regole certe, mettere a disposizione i propri immobili per iniziative del Terzo Settore. Ma attenzione: non si può pensare a bandi “su misura”, cuciti addosso a una singola realtà. Se si decide di procedere con un avviso pubblico, dev’essere aperto, competitivo, e accessibile a tutte le realtà interessate alle stesse condizioni degli altri”.
Lei è milanese e vive a Miano con la sua famiglia da sempre. Che ricordi ha del Leoncavallo?
Sì, lo ricordo bene. Da ragazza vivevo non lontano da via Leoncavallo, e già tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta il centro sociale era percepito con forte preoccupazione da chi abitava in zona. Le famiglie evitavano di far avvicinare i figli, i muri delle case venivano ricoperti di scritte, e l’area iniziava a perdere decoro. Forse non era solo colpa loro, ma la coincidenza era evidente. Ancora oggi, dove si ipotizza di spostare questa realtà – come in via San Dionigi – la reazione dei residenti è la stessa: preoccupazione, disagio, contrarietà. Un messaggio chiaro.
Cosa ne pensa delle affermazioni del Sindaco Sala all’indomani dello sgombero? Visto che finalmente si è posto un argine a una situazione di illegalità protratta per decenni, mi sarei aspettata un commento diverso da parte del sindaco Sala. Non una lamentela sul mancato “adeguato” preavviso, ma un riconoscimento del fatto che l’occupazione di immobili privati è, a prescindere dalle motivazioni, un atto contro la legge. Chi governa, di qualunque colore politico, dovrebbe dirlo con chiarezza. Invece c’è ancora chi si rifugia in ambiguità ideologiche che fanno male alla gente onesta.
C’è chi sostiene che lo sgombero sia arrivato con troppo poco preavviso al Comune. Un problema di metodo? Io lo vedo da un altro punto di vista se si fosse atteso troppo, con lunghi preavvisi, si sarebbe rischiato un effetto opposto: una mobilitazione, tensioni in strada, e un problema di ordine pubblico. Le istituzioni, quando agiscono, devono farlo con fermezza ma anche con lucidità. In questo caso, è stato fatto.
Quindi pensa che si debba continuare su questa strada? Senza dubbio. Non ci si può fermare qui. Milano ha altre situazioni simili: penso a Cascina Torchiera, per esempio. Un bene pubblico, addirittura sottoposto a vincolo della Soprintendenza, occupato da decenni da un centro sociale che si autodefinisce “culturale”. Ma non è cultura quella che nasce da un’occupazione abusiva. È ipocrisia. Cultura è aprire spazi, rigenerarli, renderli accessibili con trasparenza e legalità. Continuare a chiudere gli occhi, a giustificare chi viola le regole perché “lo fa per un fine sociale”, significa mancare di rispetto a chi le regole le rispetta, ogni giorno. E spesso – guarda caso – sono proprio i residenti delle zone coinvolte a pagarne il prezzo.