Rovigo, il Psdi una presenza politica importante della Prima Repubblica

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di Marco Destro

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Il PSDI aveva una funzione molto forte a Rovigo, perché col 6 – 7 % serviva a
spostare l’asse elettorale verso la D.C. ed a conquistare il Comune e la Provincia,
sempre in un’ottica di centrosinistra, sia chiaro.
La UIL emerse contemporaneamente all’affermarsi del Partito. Si creò un gruppo
consistente. Molte persone, anche se non seguivano la politica, si avvicinarono al
PSDI, soprattutto negli enti pubblici. Il PSDI contava 1.200 iscritti in provincia di
Rovigo.
Così, nel tempo, anche la UIL si formò. Dante Doni, il Segretario provinciale della
UIL, la conduceva molto bene e godeva di un grande rispetto da parte degli altri
sindacati, anche per il fatto di essere stato un antifascista.
La UIL di Rovigo, in una provincia comunista e democristiana, era discriminata
dagli altri sindacati. Era un bagolo di coccio in mezzo a queste potenze. Era nata
dai socialdemocratici, dai repubblicani e dai liberali. Era soltanto l’ideologia che le
dava la forza di esistere, non certo i conti economici. In Veneto i compagni erano
soprattutto socialdemocratici, a differenza dell’Emilia ove erano invece
repubblicani.
Racconta Mario Borgatti a proposito dell’ideale: “Per noi essere socialdemocratici
voleva dire non andare a lavorare, voleva dire essere boicottati dal Comune, se
dovevi andare all’ospedale in Comune facevano fatica a trovarti il posto, cioè
essere socialdemocratici era una scelta di vita, e una scelta anche pericolosa dal
punto di vista personale e familiare, perché questo era il Partito comunista, non
erano tutte rose e fiori e loro, qui, comandavano col pugno di ferro. E noi ci
salvavamo un poco perché avevamo dei socialisti che erano Vicesindaci, Ambrosi
ed altri, che erano amici di famiglia e, quindi, quando avevamo bisogno ci davano
una mano. Ad esempio, quando ho avuto l’appendicite mio papà è andato da Zen.
Era poi tutto legato al Comune, allora, anche le case di riposo. In Comune e in
Provincia assumevano solo i “loro”. Durante un Commissario, quando ci fu una
rottura, assunsero qualche democristiano e qualche socialdemocratico. Quando

ritornarono i comunisti volevano licenziare un certo Rossi, democristiano, allora
c’era Antonio Bisaglia Segretario provinciale. Bisaglia mi telefonò e mi chiese
cosa fare”.
La storia dei socialdemocratici rodigini è una storia di famiglie, che diventarono
anche amiche.
Quando Dante Doni trasferì la residenza da Taglio di Po a Rovigo, Mario Borgatti
era un iscritto al PSDI quale giovane socialdemocratico. Anche suo padre era
socialdemocratico, faceva parte del Direttivo della Sezione, era antifascista, aveva
fatto parte del Comitato di Epurazione di Rovigo. La UIL mise Mario a lavorare
allo zuccherificio di Rovigo durante i mesi di vacanza estiva. Era il 1953-1954,
Borgatti aveva 15-16 anni e si iscrisse alla UIL. Allora molti giovani andavano a
lavorare negli zuccherifici.
Questo è un passaggio che va chiarito. Al tempo il sindacato fungeva da
intermediario presso l’Ufficio di collocamento. Quest’ultimo aveva il compito di
assegnare i lavoratori alle imprese che dichiaravano di aver bisogno di manodopera.
Le imprese non potevano assumere autonomamente i lavoratori, ma dovevano
passare per l’Ufficio di collocamento. I sindacati portavano presso l’Ufficio una
serie di nomi e li facevano assumere.
A Mario Borgatti piacque subito questa storia del sindacato. Studiò fino alla terza
ragioneria. Poi si ammalò e quando si riprese andò a lavorare da Dante Doni nella
UIL.
La prima sede della UIL fu in Via Colorni 3, dietro alle poste, una stanza. Tutti si
occupavano di tutto, non c’era un esclusivo impegno per una specifica categoria.
Nello stesso stabile, ma dalla parte opposta, con l’entrata in Via Mure Ospedale,
v’era la sede del PSDI. A dividere le due sedi una sola porta interna. Così quando
c’era da lavorare come UIL si lavorava come UIL, mentre quando c’erano le
campagne elettorali si cambiava stanza. Durante queste ultime, i dipendenti della
UIL venivano mandati in giro con secchio, colla e pennello ad attaccare i manifesti
del Partito, fino alla mezzanotte esatta del giorno prima le elezioni.
Coi giovani dello P.S.D.I. e della UIL crearono dei progetti importanti. Istituirono
una scuola di storia d’Italia per i giovani.

Mario Borgatti portò nel Partito tutti i giovani che, in seguito, diventarono la classe
dirigente rodigina. Alcuni nomi. Michele Bordon (Presidente del Tribunale di
Rovigo), Silvano Vendrizzi (Veneto Strade), Massimo Nicoli (A.S.M. Rovigo),
Massimo Barbin (Direttore dell’Associazioni Industriali).
Quando Aldo Dino Nocenti (Segretario provinciale PSDI) divenne anziano,
all’inizio degli anni ’60, si cercò un sostituto alla guida del Partito
socialdemocratico. Il Partito aveva degli avvocati, dei professori, ma nessuno che
avesse l’intento di prendere in mano la Segreteria. Avevano la necessità di trovare
un Segretario capace. Allora scelsero Dante Doni.
Una delegazione della UIL, assieme a Giancarlo e Matteo Matteotti, andò a Roma
da Viglianesi per chiedergli di concedere a Dante di fare sia il Segretario della UIL
che il Segretario del Partito (era già stata inserito l’incompatibilità). Viglianesi
diede il permesso. Così Doni fece per tre-quattro anni sia il Segretario della UIL
che del PSDI.
Ricorda Borgatti: “Tutto questo può sembrare un’incongruenza, ma i principi della
UIL, che erano liberali, socialdemocratici, repubblicani e i principi del Partito
socialdemocratico non erano in contrapposizione. Noi non vedevamo la lotta nelle
fabbriche contro il padrone, per uccidere il padrone, ma per migliorare la vita del
lavoratore. Perciò non c’era una dicotomia fra l’una e l’altra carica, com’era in
altri sindacati, non vedevamo un’incompatibilità tra le due. Ecco perché questo è
potuto avvenire, per un fatto ideologico, che ci portava a pensare nello stesso
modo”.
Doni poi condusse molto bene anche il Partito. Ecco come la UIL iniziò a
rafforzarsi molto in questi anni, grazie alla commistione. Ovviamente la maggior
parte dei dirigenti era socialdemocratico. La UIL poté allora assumere delle
impiegate.
Doni si impegnava molto nelle attività culturali. Ad esempio, quando Borgatti tornò
dagli Stati Uniti, organizzò un cineforum serale in inglese per insegnare la lingua ai
ragazzi.
La UIL e il PSDI avevano rapporti forti anche coi figli di Giacomo Matteotti.
Giancarlo era spesso a casa di Borgatti. Abitava in villa a Fratta. Fu deputato dal
1948 al 1963. Quando concluse l’ultimo mandato, il suo avversario di Partito,

Primo Silvestri, commercialista di Vicenza e primo Sindaco di Bassano, non più
iscritto, riprese la tessera all’approssimarsi delle elezioni del 1963. Gli dissero a
Giancarlo: “Guarda che questo ti porta via il posto”. Lui rispose: “Non mi
interessa, se si vuole reiscrivere che si reiscriva”. Perse poi il seggio a favore del
compagno di Vicenza.
Giancarlo ci teneva molto che il Partito si occupasse dei problemi dell’ambiente e
dell’ecologia. Fu tra gli uomini determinanti per la chiusura degli impianti di
metano del Polesine. V’era la questione del bradisismo.
Giancarlo era una persona integerrima. Fu consigliere comunale di Rovigo per
molti anni. Quando tornava da Roma, si impegnava nei problemi locali. Allora la
sede del Partito era dietro al Duomo, in Via Casalini, dentro l’ex INPS. Attorno alla
chiesa c’era il ciottolato. Mario Borgatti era impiegato del Partito e teneva aperta la
sede. Una sera Giancarlo tornò da Roma e non trovò più il ciottolato. Disse: “Mario
ma cosa avete fatto”. Mario: “Non abbiamo fatto niente”. Giancarlo: “Ma come,
non ci sono più i ciottoli attorno al Duomo della città”. Mario: “Abbiamo asfaltato
tutto”. Giancarlo chiese immediatamente carta e penna e si dimise da consigliere
comunale perché non voleva essere partecipe del fatto che si distruggeva la storia
della città e la salvaguardia dell’arte. Disse: “Lì dovevano restare i ciottoli, per la
gente dovevate fare i marciapiedi”.
Giancarlo dal 1962 al 1963 fu Sottosegretario al Ministero del Tesoro. Mario
Borgatti radunò 4 – 5 Sindaci e li portò in visita a Roma. Arrivato a Roma Termini,
Mario telefonò a Giancarlo: “Guarda Giancarlo, sono arrivato, se mi mandi due
macchine, arriviamo là”. Come Sottosegretario aveva a disposizione tre macchine
con relativi autisti. Giancarlo rispose: “Guarda Mario, tu prendi il tram numero tal
dei tali, che arrivi prima e non spendi i soldi dello Stato che non sono i tuoi”.
Arrivati al Ministero del Tesoro si presentarono in portineria. “Siamo venuti ad
incontrare l’onorevole Giancarlo Matteotti”. Gli usceri: “L’hai visto? L’hai visto?
C’è?”. Mario: “C’è di sicuro, gli ho appena telefonato dalla stazione Termini”. Un
uscere alzò il telefono e chiamò il segretario di Matteotti, il quale confermò la sua
presenza. I rodigini salirono dunque ai piani del Ministero. Incontrato Giancarlo,
Mario gli chiese: “Scusami Giancarlo, ma sei qui al Ministero e nessuno sa che sei
qui”. Giancarlo: “Mario, ogni volta che entro dieci persone scattano sull’attenti, mi
aprono le porte come fossi Gesù Cristo. Vengo dalla porta di servizio di dietro”.


Giancarlo era molto amico di Doni. Era della UIL.
Mentre Matteo Matteotti divenne socialdemocratico fin da subito, ovvero dal 1950,
Giancarlo restò col PSI e andò in Russia. Quando tornò scrisse il libro “Comunismo
e Liberismo”, denunciando lo stato della gente in Russia, e si iscrisse al Partito
socialdemocratico.
Anche Matteo Matteotti fu amico di Mario Borgatti. Dall’altra parte della strada
ove abita Borgatti, a Rovigo, in Via Riccoboni 11, abitava Tullio Casale, un
dipendente dell’INPS, socialdemocratico, nominato dal Partito (a guida Borgatti)
Presidente dell’Azienda di Trasporti di Rovigo. Nello stesso periodo Marino Turati,
sempre UIL, fu nominato Presidente del Gas.
Come socialdemocratici tenevamo molto alle aziende municipalizzate. Lo scopo era
rendere dei servizi pubblici efficienti ai cittadini al minor costo possibile, ma non in
passivo per l’Amministrazione, ma in pareggio. Sicché, in quegli anni,
aumentammo il prezzo dei biglietti dell’autobus e del gas.
Era durante il periodo del terrorismo quando disposero gli aumenti ed entrarono
subito nel mirino di Potere Operaio. Allora Mario Borgatti era Vicepresidente
dell’ospedale e dell’USL di Rovigo. Gli tagliarono le gomme della macchina; una
mattina trovò la macchina tutta sbattuta con un sasso; una sera spararono sulle
finestre dell’abitazione di Casale con la P38, proprio nella stanza ove erano soliti
riunirsi con gli ospiti.
Una sera Borgatti doveva trovarsi con Luigi Migliorini, Segretario del Partito
Liberale, presso la sede del P.S.D.I., in Viale Trieste, di fronte a quella del Partito
Comunista, però Migliorini, una volta lì, chiese a Borgatti di spostarsi presso la
sede del Partito Liberale perché doveva ricevere una telefonata da Roma. Ma
mentre erano per strada decisero di tornare indietro e, quando furono nei pressi
della sede del P.S.D.I., trovarono tanta gente raggrumata e la polizia. Chiesero
cos’era successo. Avevano sparato con la P38 sulla sala riunioni.
Numerose furono anche le lettere di minaccia a Borgatti.
Mario aveva molto paura, non tanto per sé, ma per i suoi compagni di Partito. “Ma
c’è la paura che ti rende vigliacco e la paura che ti fa restare uomo”, commenta.

Nessuno del P.S.D.I. si dimise. Borgatti installò le finestre antiproiettile in salotto e
continuò a vivere.
Anche la UIL era sotto tiro dei terroristi, ma non vi fu alcun atto di violenza contro
di essa.
Borgatti lavorò in UIL dal 1959, quando tornò dall’America, fino al 1962, quando
vinse il concorso in Provincia. Qui creò la UIL Enti Locali. A Padova conobbe
Gallio (che abitava in provincia) e il Segretario del P.S.D.I. padovano Giampaolo
Fagan, anche consigliere dell’ospedale.
Borgatti fu amico di Giuseppe Saragat, al quale era spesso seduto vicino durante le
riunioni del Comitato Centrale del Partito, ma non riuscì mai a dargli del Tu per
l’ammirazione che provava. Saragat, nel suo libro, scrisse di Giacomo Matteotti una
delle più belle frasi: “Le nuove in cielo si aprirono e apparve il volto di Matteotti”.
La UIL Enti Locali si affermò e Borgatti diventò membro dell’esecutivo nazionale.
Restò nella UIL Enti Locali fino al 1973, quando fu eletto Segretario provinciale
del Partito Socialdemocratico. Era il periodo che seguì la rottura dopo la
riunificazione. Prima di lui, nel 1969, fu Segretario del P.S.D.I. tale Bellinazzo, ex
socialista passato coi socialdemocratici. Non andava d’accordo con Borgatti. Mario
lo batté al congresso del 1973. Borgatti, successivamente, nominò Bellinazzo nel
Consiglio di Amministrazione dell’autostrada PI.RU.BI. – Piccoli, Rumor, Bisaglia,
la A27. Borgatti commenta: “Non ho mai fatto del male a nessuno, ho sempre vinto
dando ai miei avversari la possibilità di vivere meglio di me. Al tempo il Segretario
era pagato, vivevi con quello stipendio”. La moglie di Bellinazzo lavorava in
Comune a Rovigo. Poi Bellinazzo andò a Roma col Partito.
Borgatti era amico di Franco Nicolazzi, apparteneva alla sua corrente, e di Luigi
Preti, di cui ha tutti i libri. Preti venne al congresso del 1973 a benedire Borgatti.
Mario rimase segretario del PSDI fino al 1987, poi fu iscritto al Partito fino al 1989.
Anche Doni rimase sempre nel PSDI.
V’è da domandarsi come mai, con l’avvento di Craxi nel PSI, non vi fu la
confluenza dei Partiti. “Ognuno di noi era stato segnato da quello che era successo
con l’unificazione. I socialisti avevano – e Craxi questo lo rovesciò – un timor
panico nei confronti dei comunisti, erano soggetti ai comunisti, la CGIL li formò

così, i comunisti comandavano e loro si sentivano trascinati, e Craxi li svegliò”,
commenta Borgatti.
Il monumento a Matteotti in Corso del Popolo, fatto da Augusto Murer, lo inaugurò
Borgatti col Segretario del PSDI Flavio Orlandi. Il Sindaco di Rovigo era allora
socialdemocratico, Carlo Brazzorotto.
Negli anni ‘80, con la Giunta regionale guidata dal Presidente Carlo Bernini,
Borgatti era Vicesegretario regionale del PSDI e, in quella veste, fece col
Presidente l’accordo per far diventare Alberto Tommasini Assessore regionale ai
lavori pubblici. Borgatti fu accreditato da Franco Nicolazzi, e Tommasini era uomo
in Nicolazzi.
Borgatti trattava con Bernini per conto del Partito, erano anche amici. Quando
Bernini ebbe bisogno di 110 miliardi per sistemare il canale Fiesso – Tartaro –
Canalbianco, andò a Roma, al Ministero del Tesoro, assieme a Borgatti. Era
Ministro Giuseppe Romita, che gli diede i soldi, ma 80 miliardi. Borgatti si era fatto
presentare da Nicolazzi, che telefonò al Ministro e gli disse: “Guarda che viene
Borgatti”.
Mario Borgatti nel 1999 s’iscrisse a Forza Italia. Allora era commissario politico
del partito l’Avvocato Maria Elisabetta Alberti Casellati, la quale lo nominò
responsabile degli Enti Locali.
Questo passaggio, di Borgatti e di molti altri compagni, si spiega nell’ottica
anticomunista, la quale aveva caratterizzato l’azione dei socialdemocratici,
ancorché si riconoscessero tutti saldamente nell’ambito del centrosinistra. Altro
elemento cementificante l’entrata in Forza Italia fu l’azione giudiziaria messa in
campo dalla magistratura inquirente che era volta ad eliminare i vecchi partiti, i
quali sono invece previsti dalla Costituzione quale trade union tra la società ed il
Governo. Inoltre, Forza Italia aveva allora alcuni elementi sociali innovativi.
Borgatti fu altresì Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Unione
Navigazione Interna Italiana (UNII), per sei anni, dal 2015 al 2020. Fu lui ad
inventare il famoso porto offshore, poi “copiato” da Venezia. Inizialmente, detto
porto era stato ideato da Borgatti per Porto Levante. Presentò il progetto nell’aprile
del 2006, interamente finanziato dall’Unione Europea.

Borgatti fu anche Vice Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polesine negli
stessi anni 2015-2020.
In qualità di Presidente dell’UNII, Borgatti invitava ogni anno venti giornalisti
francesi a cui faceva fare il giro in barca del basso polesine e il tour in elicottero del
delta. Andò anche a Parigi a promuovere il territorio rodigino e fu il primo in
assoluto a portare all’estero la gastronomia polesana.
Organizzò ben tre convegni al Parlamento Europeo con la collaborazione del
Ministro Paolo Costa, grazie all’intermediazione di Sergio Vazzoler.
Nel 2000 divenne Segretario provinciale di Forza Italia, battendo al congresso il
Presidente degli industriali di Rovigo. Il Segretario della CGIL allora gli disse “Mai
con Forza Italia perché non difende gli operai”. Poi i due si conobbero ed il
Segretario cambiò idea: “Mario Borgatti è più bravo a difendere gli operai di me”.
Forza Italia, con la guida di Mario, vinse le elezioni amministrative di Rovigo.
Per i meriti politici dimostrati fu invitato personalmente da Berlusconi a mangiare a
casa sua ad Arcore.
Borgatti commenta: “Queste sono le storie degli uomini. Nella vita ci vogliono le
capacità e la moralità. Ma c’è anche un altro fondamento, l’ideologia. Se una
persona è preparata, colta ed ha anche l’ideologia se va in un partito diventa un
leader”.

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